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Hunger Games: Il canto della rivolta parte 1

Un anno di attesa. Una tortura estenuante per tutti gli appassionati della trilogia, ma finalmente è giunto il momento. Tutti hanno gli occhi incollati allo schermo e sono pronti ad assaporare la rivolta di Panem. Inizia la proiezione e lo spettatore si trova immediatamente catapultato nella realtà del distretto 13. Un evento assai inaspettato per chiunque non si fosse avventurato nella lettura dei romanzi da cui è tratta la serie cinematografica. Nei primi capitoli della saga questo misterioso luogo viene menzionato solo fugacemente. Infatti, i quindici minuti iniziali de “Il Canto della rivolta”, si rivelano un’autentica faticaccia per il pubblico non lettore. Il film stenta a carburare.  Nelle pellicole precedenti c’eravamo abituati ad un ritmo totalmente diverso.  Molta più azione, molta meno riflessione.  L’istinto che la faceva da padrone nelle prime due pellicole, dove il centro della narrazione era costituito dall’arena in cui i così detti “tributi” combattevano per la sopravvivenza ed estrinsecavano tutti i loro impulsi più reconditi, viene incatenato. La parte uno del terzo capitolo della saga è molto più introspettiva e anche la sceneggiatura appare molto meno ricca e spettacolare.  La trovata commerciale di dividere in due spezzoni il terzo libro aveva suscitato irritazione e sconcerto negli esperti di Hunger Games, che avevano prontamente sentenziato come il primo dei due film sarebbe risultato troppo verboso e di una noia sesquipedale.  A posteriori non si può essere così drastici, ma risulta evidente che in quasi due ore di film, non accade nulla di eclatante.  In questo senso il regista è rimasto molto fedele al libro evitando di inerpicarsi in abbellimenti che avrebbero scatenato ulteriormente l’ira dei fan più sfegatati. La regia, attenendosi maggiormente al romanzo ha preferito giocare sui dettagli e ogni situazione, anche la più banale, risulta molto curata. Alla fine, è un film piatto?  Assolutamente no.  In ogni frangente si respira tensione.  Il nemico è sempre vigile, pronto a colpire alla prima disattenzione.  E’ una partita a scacchi. Eloquente in questo senso la frase pronunciata dal presidente Snow dopo l’ennesimo boicottaggio dei ribelli: “mossa e contro mossa”. L’oppressione del governo di Capital City produce un senso di soffocamento. Una sensazione quasi claustrofobica che viene ulteriormente rafforzata dalla struttura fisica del distretto 13, una sorta di enorme bunker sotterraneo. Il film gioca su un perfetto equilibrio.  Il senso di oppressione è sempre controbilanciato dalla fiamma della speranza.  Jennifer Lawrence si conferma un’attrice fuori dal comune impersonando alla perfezione questa doppia personalità in una performance a dir poco commovente. “Il canto della rivolta parte 1” si presenta come il tipico film di transizione: poco avvincente, ma con il pregio di convincere lo spettatore che il meglio deve ancora arrivare.  La rivoluzione è alle porte. comingsoon.it
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Samuele Casadei

Università degli Studi di Milano. Studente di Scienze Politiche. Dietro il tipico tamarro di periferia si cela un sentimentalone amante della poesia e della natura. Ritiene la musica l’arte più incantevole di tutte e si diletta nell’ascolto dei gruppi Indie più disparati. Sa di non sapere, quindi sa.

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Via https://www.forbes.com