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Acque contaminate: siamo ad un punto di svolta?

Uno studio dell'Università di Trento mostra come il modo in cui l'acqua si muove nel sottosuolo sia la chiave di una maggiore o minore efficacia degli interventi di bonifica delle acque contaminate. Che sia la chiave per salvare il nostro patrimonio idrico?

Secondo i dati diffusi dall'ISPRA nell'edizione 2016 del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque, in Italia il 31% delle falde ed il 64% di laghi e fiumi risultano contaminati da agenti chimici dannosi, ed il 6,9% delle acque sotterranee presenta livelli di inquinamento superiori ai limiti di legge. Una situazione grave, che in alcune regioni come Veneto, Lombardia e Toscana è ancora più cupa, tanto da arrivare a mettere in pericolo la salute dei cittadini.

É un problema quello dell'inquinamento delle nostre risorse idriche su cui spesso si è colpevolmente preferito glissare nei decenni passati, ma che oggi si sta manifestando in tutta la sua complessa gravità. E mentre in molte regioni del centro-nord l'alto numero di rilevazioni consente quantomeno di tutelare la popolazione dal rischio immediato di bere acqua contaminata, nel sud Italia la scarsità o la totale assenza, come in Calabria e Molise, di misurazioni intervengono a complicare ulteriormente il quadro.

La scarsa sensibilità ambientale con cui ci siamo rapportati con il nostro territorio negli scorsi lustri hanno prodotto questa situazione, e gran parte del patrimonio idrico nazionale necessiterebbe dunque di una bonifica, un'attività difficile e costosa, che richiede tempi lunghi e spesso produce risultati solo parzialmente soddisfacenti.

Su questa questione si è pronunciata una recente ricerca dell'Università di Trento, condotta dal professor Alberto Bellin e da Mariaines Di Dato. Come affermato da Bellin rispondendo alle domande del portale web Teckneco “Il recupero di un acquifero contaminato è un’operazione molto difficile, a volte impossibile, e quindi spesso ci si limita a ricondurre il rischio sanitario per la popolazione entro i limiti normativi, con il risultato però che quell’acqua non può più essere utilizzata a scopi potabili, oltre al danno all’ambiente”.

Eppure in laboratorio i reagenti chimici hanno solitamente un successo notevole nell'abbattere il livello di inquinamento dei campioni d'acqua su cui sono testati. Perché questo non avviene poi anche nei processi di bonifica vera e propria? Il problema, o meglio i problemi, sono l'eterogeneità degli acquiferi e la dimensioni decisamente estese delle zone su cui si va ad impattare, fattori che limitano il mescolamento dei reagenti con i contaminanti presenti. Questo preciso aspetto ha rappresentato il focus della ricerca: “Comprendere meglio i meccanismi che controllano la variabilità spaziale della velocità con cui l’acqua si muove nella matrice porosa è la chiave per aumentare l’efficacia degli interventi con reagenti.

La ricerca ha evidenziato il legame esistente fra l’efficacia dei reagenti nel mescolarsi ai contaminanti e la struttura di aggregazione dei sedimenti attraverso i quali l’acqua fluisce. Sarebbero dunque le varie forme di aggregazione ad influenzare la possibilità di ottenere un buon mescolamento fra reagenti e contaminanti, fatto quest'ultimo che, come sostiene Bellin, risulta “condizione essenziale per raggiungere efficienze tali da rendere l’intervento economicamente sostenibile”.

Muovendo da queste nuove scoperte, quali sono ora le prospettive di ricerca più immediate? A rispondere è di nuovo Bellin: “Con lo stesso gruppo di ricerca internazionale stiamo pensando di studiare come sia possibile creare delle condizioni di flusso che agevolino la rimozione dei contaminanti, attraverso le quali aumentare l’efficacia degli interventi di bonifica” poiché al momento attuale “Non esistono ancora indicazioni tali per cui sia possibile individuare con un sufficiente grado di attendibilità le condizioni che minimizzino i tempi necessari alla rimozione stessa, eventualmente utilizzando opportuni reagenti chimici la cui efficienza di rimozione sia appunto aumentata per effetto del regime di flusso indotto dal pompaggio.”.

Una questione che può sembrare un po' tecnica, ma che ha un valore decisamente notevole: è da questo tipo di ricerche che dipendono le sorti dei nostri bacini idrici, ed al loro successo sono ancorate le nostre speranze di non aver prodotto un danno incontrovertibile. 

Per maggiori informazioni si rimanda all'intervista completa.

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Davide

Università degli Studi di Bologna. Se son d’umore nero allora scrivo.

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