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Bocconi, calcolate le perdite dopo i Panama Papers

Persi per la ricapitalizzazione in borsa 230 miliardi di dollari, da via sarfatti si calcolano i danni della fuga di notizie

Questa sera l’International Consortium of Investigative Jounranlist renderà completamente pubblici i dati sui Panama Papers mettendo in luce tutte le società e i relativi proprietari presenti negli elenchi di Mossack Fonseca.

In attesa di conosce nomi e numeri delle 1100 società coinvolte, tre accademici hanno provato a calcolare le perdite economiche di queste realtà coinvolte, quantificando la cifra in 230 miliardi di dollari di capitalizzazione di borsa come risultato della fuga di notizie.

Hannes Wagner del dipartimento di finanza della Bocconi insieme a James O’ Donovan e dell’INSEAD e Stefan Zeume dell’Università del Michigan hanno estrapolato un dato economico che da solo supera le perdite e le multe di  recenti scandali come quelli che hanno coinvolto Enron e Volkswagen.

I numeri sono stati dedotti osservando gli andamenti in borsa e le oscillazioni di diverse società quotate che hanno sedi distaccate a Panama, Isole Vergini, Seychelles e Bahamas
Come riportato in una nota stampa diffusa dalla stessa Bocconi è stato utilizzato “un campione di 26.655 imprese quotate in 73 paesi, con un totale di 543.151 filiali in 213 territori. Circa 1.100 di queste società (il 4,1% del campione) hanno almeno una filiale in uno dei quattro paradisi fiscali e, nell’intorno della fuga di notizie, hanno sofferto un calo delle quotazioni che supera dello 0,5-0,6% quello delle imprese dello stesso paese e dello stesso settore che non hanno questo genere di esposizione. La somma di tali perdite ammonta a 230 miliardi di dollari".

L’orizonte temporale di questo scandalo rappresenta un periodo ideale per questo genere di calcoli, aumentando così il grado di accuratezza dei dati rilevati. Per i più garantisti, Wagner ha affermato che “Può benissimo darsi che le società abbiano filiali a Panama o in altri paradisi fiscali per ragioni completamente legittime, ma se si ha una sede in un paradiso fiscale barare diventa più facile, sollevando così i sospetti del mercato”.
In effetti a ben guardare l’evasione fiscale sembra il motivo principale del perché queste aziende abbiano sedi in questi così detti paradisi fiscali.

Un espediente che stando a questo studio, potrebbe rivelarsi un colossale boomerang viste le ingenti perdite che le società coinvolte sicuramente avranno, rispetto ai vantaggi legati ad questa presunta condotta illegale.

I numeri e le analisi sono ancora in evoluzione vista l’imminente pubblicazione di nuovi dati, che potrebbero svelare altri nomi di evasori eccellenti.

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