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Caravaggio* e a capo.

Nel lavoro come nella vita, si approda ad un settore di specializzazione, e questo ci condiziona nell’osservazione del mondo. Si sceglie una delle possibili strade che si allontana in qualche misura dal punto di vista ordinario e comune. La scelta si accompagna ad un lungo lavoro fatto di analisi, lunghe ricerche per arrivare ad una delle possibili realtà e rendere noti i risultati raggiunti alla comunità. Può essere sicuramente un buon metodo, di quelli che mettono al sicuro dalla paura di sbagliare. Eppure la costruzione del proprio punto di vista è un processo inesauribile e continuo. Questo vale anche per il lavoro, serio, di un critico d’arte. L’analisi, lo studio, la ricerca meticolosa vanno spesi non solo sull’autore e sui personaggi, ma anche e soprattutto sui motivi e le realtà condizionanti. Non si tratta unicamente del gioco di stabilire chi sia l’autore e in quale periodo abbia creato l’opera, ma anche di individuarne le ragioni. Per certi versi il critico è un analista, in tutti i sensi del termine. Coglie attentamente i molteplici aspetti biografici degli artisti (con tutte le loro manie). Così si interpreta un Michelangelo che si aggira cupo per le strade di Firenze, decisamente burbero e scostante: si viene a sapere che, per un problema articolare ai piedi, era costretto a portare costantemente (anche a letto) delle scarpe in pelo di cane che dopo mesi di impiego facevano tutt’uno con la sua pelle.  Oppure si entra in contatto con la generosa didattica di Hayez, il quale lasciava lo studio sempre aperto perché i suoi studenti potessero carpirne i segreti e sbirciarne le tecniche. Ci sono tanti ”perché” e “per come” nell’arte, e resta il grande interrogativo su cosa sia o meno opera d’arte, se mai, e quando, abbia una valenza universale.

Fa molto riflettere in questi giorni l’esposizione di Caravaggio alla Pinacoteca di Brera. Accanto alle opere sicuramente autentiche e a quelle dichiarate “copia”, nasce un’innovativa categoria museale: quella dell’asterisco. Finalmente una categoria che comprende le opere di attribuzione incerta! La più discussa, e la prima delle “asteriscate”, è subito posta a confronto col celeberrimo “Giuditta e Oloferne” di Louis Finson. “Confronto”, a lettere cubitali, fa da titolo comune alle due opere. Subito sotto, si legge “Caravaggio*”. Lo stesso asterisco era spillato nei primi giorni della mostra sugli abiti del direttore che passeggiava per la galleria. A pensarci bene, la stellina in alto a destra, rappresenta un coinvolgimento diretto del pubblico che va molto oltre la dicotomia riduttiva autentico/inautentico. Il dubbio, come spunto di riflessione, è persino più prezioso di una risposta certa. Di maggior rilievo rispetto al conoscere l’autore, diventa l’attività riflessiva e critica del singolo a proposito della questione Che cosa significa originalità? Non è condizione necessaria, per portare avanti la riflessione, avere competenze di settore.

I due quadri confrontati differiscono in molti particolari, cromatici in primo luogo. Un ruolo in questo senso lo hanno avuto le precarie condizioni di conservazione della versione asteriscata. Rinvenuta in una soffitta di Tolosa, ha sofferto per lungo tempo l’umidità. Ciò che salta subito all’occhio, poi, è la differenza nei soggetti ritratti. La Giuditta corrucciata di Finson ha, alla sua sinistra, una ragazza dal viso rilassato e con gli occhi fissi sul pubblico. Nel primo, i muscoli del povero decapitato sono ancora gonfi e tesi, nel secondo, appaiono morbidi e rilassati.

Sopra le opere campeggia una didascalia che si chiede se esista o meno la falsità nell’arte, arrivando alla conclusione che sia più rilevante domandarsi: “Chi ha fatto quell’opera e perché?”.
Quell’asterisco è una chiara ammissione di un dubbio, scaturigine possibile di un dialogo proficuo in ambito accademico, ma anche in un contesto informale e pubblico. Trattarlo come motivo polemico equivale a sprecare un’occasione di dialogo. La coraggiosa esposizione da parte del direttore dell’Accademia, rilancia una nuova concezione del museo come momento critico e casa della vitalità riflessiva. D’altra parte è comprensibile la perplessità dei puristi di settore riguardo l’esposizione di un’opera di dubbia attribuzione. Non vanno sottovalutate le loro ragioni e la loro rigorosa deontologia. I due binari su cui si sono mossi rispettivamente il direttore e il Comitato Scientifico di Brera, purtroppo non hanno mostrato possibilità di convergenza in alcun momento. I presupposti, e gli obiettivi sperati, sono apparsi radicalmente incommensurabili. Il risultato: la mostra si è fatta e il Comitato ha perso uno dei più capaci esponenti. Sarebbe auspicabile, per il futuro, un incontro pubblico in ambiente accademico, al fine di far interagire piuttosto che far scontrare, le proprie ragioni.

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Chiara

Università degli Studi di Milano - Nella paura rafforzo me stessa, colgo l’essenza di quello che mi circonda. Amo osservare il mondo mischiandomi con il vissuto altrui, rubandone pezzi che ricompongo scrivendo. Talvolta carpisco determinate essenze altrui e viaggio con la mente, immaginando, scoprendo sempre altro. Amo scrivere degli altri, senza far capire che io stia parlando dei loro segreti più profondi, quelli che devono ancora scoprire di avere e desiderare. La parola per me esprime tutto, si nota? Per il restante tempo pizza, sushi, cocacola e sessione di maggio vieni a me! Chiara, puntoeacapo.

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