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Crescita zero dei laureati italiani, la cultura non paga

In questi ultimi giorni di settembre sono ricominciati quasi tutti i corsi universitari e, tra una facoltà e l'altra, sono moltissimi i giovani italiani che ritornano sui banchi per affrontare l'anno accademico appena iniziato.

Ma - ed ecco una prima nota dolente - per la prima volta, da 71 anni ad oggi, il numero dei laureati disponibili sul mercato ha smesso di crescere: resta lì, fermo, nessun rialzo e nessuna diminuzione, mentre tutti gli altri paesi europei ci sorpassano con molta facilità.

L'OSCE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) di Parigi mostra come il numero degli studenti laureati in Francia e Germania cresca il doppio rispetto a quello nostrano. Questo primato non riguarda solo l'avanzata Europa centrale: il numero di giovani che concludono con successo il ciclo di studi è in costante aumento anche in Irlanda, e nei paesi come la Corea del Sud e la Cina, che doppiano - o addirittura triplicano - le nostre cifre.

Come mostra l'indagine "Il XVII Profilo AlmaLaurea (2015)", il sistema universitario italiano sta vivendo uno dei suoi momenti più bui. Il numero di iscritti è crollato, dal 2003 (anno del massimo storico di 338 mila) al 2013 (con 270 mila) il calo è stato del 20% e, come se non bastasse, la Commissione Ue ha sottolineato come l’Italia, nel 2013, abbia avuto una delle quote di abbandono universitario più alte in Europa e una delle più basse di laureati fra i 30 e i 34 anni. 

E allora viene quasi spontaneo chiedersi: "Ma le univeristà italiane una volta non erano tra le migliori al mondo? Che è successo in questi ultimi anni?"

Inoltre, uno dei fattori che contribuisce di più alla crescita zero dei laureati italiani è la fuga di questi ultimi verso mete straniere alla ricerca di maggiori opportunità soprattutto lavorative.
Nel 2015 l’Istat stimava che negli ultimi anni, su un campione di 145mila persone in fuga verso l'estero, solo una persona ogni quattro aveva una laurea; oggi il dato di chi parte è quasi triplicato ma il numero dei laureati non è cresciuto in maniera proporzionale. 

Oggigiorno tutto questo avviene perché per un giovane la scelta di smettere di studiare per entrare nel mercato del lavoro appare spesso come la più razionale, anche se, dati alla mano, è sconsigliabile questa decisione. Per averne esempio basta confrontare il salario medio d’ingresso di un laureato triennale nel 2007 e nel 2012, esso è passato da una media di 1.300 euro a 1.004 euro - se e quando si trova lavoro ci sarebbe da aggiungere. 

Chi invece rimane nel sistema universitario e vanta di una laurea magistrale sul proprio CV, ha qualche possibilità in più: il 70% dei laureati magistrali dal 2014 ad oggi ha trovato un'occupazione (dati che fanno riferimento alla XVIII Indagine sulla Condizione Occupazionaledi almalaurea). Il guadagno ad un anno dal conseguiemtno del titolo resta pressoché stabile e si aggira intorno ai 1.100/1.200€, ma in questo caso si tratta di contratti a tempo indeterminato che risultano essere in crescita del 37% rispetto agli anni passati.

Allora adesso potremmo forse rispondere alla domanda posta precedentemente: uno dei beni più fondamentali in assoluto, la conoscenza, la cultura, ha iniziato a perdere valore nella nostra società e ora si trova in caduta libera, al punto da diventare un bene scarso, poco richiesto, e sempre meno valorizzato

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Miriam Tagini

Università Cattolica. Studente di Linguaggi dei Media. Ritardataria e sognatrice di professione. Determinazione è la mia parole d'ordine. Sono convinta che ognuno di noi, anche se nel proprio piccolo, ha le potenzialità di stravolgere la propria vita e cambiare il mondo. Mi piace essere circondata di parole, con le quali cerco di raccontare la realtà che vivo quotidianamente. Cosa voglio fare da grande? La giornalista, ovvio.

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