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Ghana: sessant’anni dopo l’indipendenza

Sessanta anni fa, nel marzo del 1957, il Ghana diventa il primo paese dell’Africa sub-sahariana ad ottenere l’indipendenza dal Regno Unito. Tutto questo è stato possibile grazie alla voglia di emancipazione e alle idee veicolate da una delle figure politiche africane ad oggi ancora tra le più rilevanti: Kwame Nkrumah. Fu il leader rivoluzionario, che incanalò l’insofferenza africana verso l’emancipazione sociale, politica ed economica. 

Dopo la rottura con il suo vecchio partito, UGCC, Nkrumah fondò il CCP nel 1929. Questa fazione, che incarna in pieno l’idea di socialismo africano, puntando sia allo sviluppo sociale, con lo sfruttamento interno delle risorse, sia a quello economico, coadiuvando le posizioni dei privati a una figura statale stabile, fu creata per ottenere l’indipendenza della Gold Coast e per trasmettere particolari ideali. Infatti, questa nuova tendenza socialista risulta diversa dalle correnti europee, dalle quali riprende però i concetti fondamentali. Emerge con il finire della seconda guerra mondiale, in contrasto con il movimento di colonialismo, ormai in declino. Si poneva come ideologia forte, in funzione della diffussione dei principali valori tradizionali africani, come la famiglia, il lavoro agricolo e la comunità, opponendosi così all’espansione anche culturale europea.

Le ambizioni di Nkrumah, una volta ottenuta la libertà del suo popolo, lo portarono ad espandere questo modello oltre ai confini nazionali, ponendosi come uomo chiave contro i movimenti coloniali e come primo creatore di un’unione africana forte e indipendente. Il leader ghanese vedeva in quest’ultima proposta non solo una soluzione al primo punto, ma l’unica via verso una effettiva emancipazione. Durante i primi anni, l’idea del panafricanismo sostenuta da Nkrumah, il CCP e tutto il Ghana ottenne un consenso elevato anche negli Stati vicini, dove la volontà di “federalizzarsi” non sembrava così irrealizzabile.

Per quanto i progetti dell’Osagyefo, "il redentore", Nkrumah fossero validi, la rivoluzione apparve presto scomoda a molti leader politici occidentali, e quindi anche ai governanti africani, sostenuti dai governi europei. La sua volontà di vedere tutta un’Africa unita e libera venne etichettata come utopistica e gli sforzi del primo ministro ghanese divennero prima invani poi insostenibili, anche dai suoi seguaci e concittadini.

Si può far coincidere con la metà degli anni ’60 l’inizio del declino di colui che fino a lì era diventato “il politico”, che finì il suo percorso emanando diversi atti degni di un partito socialista est-europeo, forzato dagli eventi e dal contrasto con la vorace opposizione,  che, durante il suo soggiorno ad Hanoi, istituì un governo militare e costrinse l’ormai ex-leader a un esilio eterno, fino alla sua morte nel 1972 in Romania.

Nonostante le vicessitudini che portarono alla prematura conclusione del suo scopo, ancora ad oggi, in tutto il Ghana e in molti altri Stati africani, Nkrumah vive di ottima fama, in quanto primo liberatore di un paese dell’Africa nera dal colonialismo occidentale.

Circa 20 anni fa, il CCP è stato rifondato e, sebbene non abbia ottenuto la maggioranza utile per governare, con il ritorno della figlia Samia Nkrumah, il Ghana non abbandona il sogno chiamato panafricanismo.

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