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Guerra di Algeria: radice dell’estrema destra

Come scrive Bernard Guetta, ancora oggi la guerra di Algeria rappresenta una delle insanabili e più longeve fratture presenti nella società francese. Le spaccature presenti in una delle nazioni più grandi, forte e antiche dell’Europa vengono costantemente riprese nei dibattiti politici che in questi giorni occupano le testate dei grandi giornali francesi e non. Ma la battaglia di indipendenza, vinta ma ancora nel turbine delle polemiche, come influisce sulla storia francese e ancora di più sulle imminenti presidenziali?

La guerra d'Algeria, o guerra d'indipendenza algerina è il conflitto che oppose, tra il novembre 1954 e il 19 marzo 1962, l'esercito francese e gli indipendentisti algerini guidati dal Front de Libération Nationale, che aveva rapidamente imposto la propria egemonia sulle altre formazioni politiche. Lo scontro si svolse principalmente in Algeria ma, a partire dal 1958, il FLN decise di aprire un secondo fronte in Francia, scatenando una serie di attentati. Nel corso del conflitto, la minoranza europea d'Algeria – i pieds noirs, installati nelle tre grandi città di Orano, Algeri e Costantina – riuscì a imporre il ritorno di de Gaulle al potere, minacciando un colpo di Stato. L'inedito successo di un movimento dagli evidenti tratti eversivi determinò il crollo della pericolante IV Repubblica e l'avvento della V Repubblica, caratterizzata da una nuova Costituzione che conferiva poteri molto estesi al Presidente.

La guerra fu particolarmente cruenta, con un altissimo numero di vittime, soprattutto tra i civili algerini. Fu un episodio chiave nella lotta alla colonizzazione. Dopo sette anni e mezzo di uno scontro senza esclusione di colpi (generalizzazione della tortura, attentati, terrorismo, rappresaglie, napalm...), gli algerini conquistarono l'indipendenza che fu proclamata il 5 luglio 1962. Ma la battaglia, almeno quella ideologica e sociale, non è considerata conclusa da molti, soprattuto dall’estrema destra, contraria alla decolonizzazione dell’Algeria francese, che non ha mai perdonato l’indipendenza algerina né ai gaullisti né alla sinistra. Il grande paradosso è che quella stessa destra che oggi considera l’islam come una minaccia, continua a rammaricarsi che la Francia abbia rinunciato a 40 milioni di musulmani, cioè l’attuale popolazione dell’Algeria.

Ma oltre alle contraddizioni politiche, che il Front National stia ancora riaprendo questa ferita non sorprende molto. Da sempre Marine Le Pen, e prima ancora suo padre Jean-Marie Le Pen, sfruttano la scia europea anti-islamista e quella nazionalista per creare consenso in tutto lo Stato. Le politiche estremiste dei leader di FN incitano all’odio, si scontrano anche con la destra gollista, propongono la via verso l’uscita della Francia dall’Unione. E rimpiangono l’impero colonialista francese, o almeno i territori algerini.

Qual è l’obiettivo dell’ala estrema francese? Guardare al fragile mondo di oggi, fatto di cambiamenti, novità e integrazione, o rimpiangere la forza usurpatrice e colonialista di un tempo? La risposta sta nei programmi della Le Pen, che propone una chiusa e radicale combinazione tra una visione sprezzante verso la globalizzazione e l’integrazione, anti-europea e anti-euro, e un nostalgico sguardo al passato, in cui affonda una delle radici del suo partito.

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