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Hong Kong: è tempo di democrazia

Gli ombrelli verranno riaperti. Joshua Wong lo promette davanti a i microfoni di tutto il mondo. A luglio, quando il presidente Xi Jinping arriverà nell’ex protettorato britannico per la celebrazione del passaggio di Hong Kong sotto l’egida del dragone cinese, la disubbedienza civile è assicurata. La voglia di una vera democrazia è viva nei volti dei giovani, ma è stata ancora scherzata con l’elezione a tavolino del Chief executive Lam, candidata più vicina al governo centrale. Pechino si rifiuta di prendere in considerazione le richieste degli attivitsti, che dal centro dell’hub finanziario, spingono per nuove ribellioni.

Ma il reflusso storico così particolare costringe il governo a doversi confrontare con queste tendenze democratiche, che non sono né nuove né illegittime. Il trasferimento della sovranità di Hong Kong dal Regno Unito alla Repubblica popolare cinese avviene nel 1997, in virtù della scadenza del dominio territoriale britannico. Ma gli accordi firmati, a protezione della dichiarazione sino-britannica che garantì il sacro principio “one country, two systems”, ad oggi non vengono del tutto osservati.  Mantenimento di un’autonomia finanziaria, garanzia di tribunali indipendenti, stampa libera. Non vogliono l’indipendenza, ma il supporto statale e anche internazionale verso il criterio di autodeterminazione, essenziale per un popolo che è si etnicamente cinese, ma che è cresciuto nella speranza di una vera democrazia.

Pechino erode queste libertà, rischiando che si ripresentino proteste, che seppur non-violente, hanno scosso molto la centralità cinese. La rivoluzione degli ombrelli del 2014 ha scacciato via l’alone grigio su Hong Kong. Non ci sono solo animali finanziari nella capitale economica d’oriente. Anzi i giovani rinvigoriscono la città con movimenti un tempo studenteschi, ora istituzionalizzati, come Demosisto, promosso dal ventenne Joshua Wong. Tra arresti, no-fly list e blocchi, il govane studente si è fatto strada, ha vinto gli scetticismi e ribaltato l’immobilismo di Hong Kong, portando in piazza migliaia di cittadini, che, usando come scudo contro i lacrimogeni della polizia un ombrello, crearono immagini divenute simbolo di lotta per la democrazia.

Ma per cosa si combatte? Il centro del dibattito è il sopruso del potere che non rispetta gli accordi e impone un sistema di elezione non propriamente democratico e pilotato dal centro. Ad onor del vero, il sistema elettorale di Hong Kong genera controversie da prima ancora che il Regno Unito rinunciasse al controllo della città-stato nel 1997, ma due anni fa è stato uno dei motivi principali di protesta. Ora, sulla scia delle parole del leader dei manifestanti, i cittadini di Hong Kong meritano un sistema in cui a una persona corrisponda un voto.

Infatti, gli accordi per il passaggio di sovranità prevedevano, oltre alla garanzia del mantenimento dei diritti di autonomia di Hong Kong per cinquant’anni, la definizione della posizione di Chief executive, figura di governo che sostituisce il ruolo di governatore di Hong Kong. Il problema sta nel fatto che lo Chief executive non viene eletto, ma selezionato. Uno speciale Comitato Elettorale formato da 1200 rappresentanti lo sceglie. Ma da dove vengono questi membri? Il sistema elettorale di Hong Kong prevede che sia tale Comitato Elettorale sia il 50% dei delegati al Consiglio Legislativo siano presi da corporazioni che rappresentano i settori industriali della città.  E per essere eletti servono 601 voti.

Dietro a questo scontro, si nasconde la paura, comprensibile, che i cittadini dell’ex protettorato provano: un cinese a capo di una potenza con sembianze occidentali. Spaventano le pressioni di Xi Jinping verso la realizzazione del sogno cinese, che propende verso il ritorno ai fasti della Cina ricca, forte e autonoma. E la città orientale che indossa da secoli vesti occidentali, che vive in un continente, ma si sente effettivamente parte di una altro, ne soffre e vuole imporsi.

In questa sfida che Hong Kong deve affrontare continuamente, dal 1 luglio vedrà un altro ostacolo: al potere ci sarà la neo-eletta Carrie Lam, la più pro-Pechno tra i tre possibili candidati, che ha preso 601. A conferma del fatto che il risultato non può rappresentare la posizione del popolo. Forse quello di un’azienda. E le proteste divampano, in attesa della prossima ondata.

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