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In Francia il Tour potrebbe essere un dipinto ...

In Francia il Tour potrebbe essere un dipinto: forse un campo di girasoli sotto il sole crudele di Luglio, con persone che parlano, mangiano un panino e attendono il plotone che passando lascerà una scia variegata come le storie dei protagonisti. In questo quadro gli elementi pulsanti della gara ciclistica più importante al mondo: il giallo, come la maglia del leader, introdotta nel 1919 da Henri Desgrange e indossata per la prima volta da Eugéne Christophe, il caldo, la sofferenza nelle salite che è qualcosa di simile a morire quando il fiato non arriva e le gambe sembrano pezzi di legni talmente sono bloccate dall'acido lattico, la festa della gente sulle strade, anche nei giorni lavorativi , quando meno te lo aspetti, i nonni con i nipoti che fissano a occhi spalancati questo serpentone multiforme colorato che avvolge l'asfalto. E ancora l'umanità nascosta dietro ogni ciclista: la lontananza da casa, le ammaccature in gara, i dolori da queste derivanti, le notti insonni perché il male ti divora ovunque ti giri. Poi le maglie degli altri leader delle classifiche speciali: quella verde per i velocisti che sognano di sfidare il vento e ci riescono, a pois, per gli uomini delle montagne transalpine e bianca per il giovane che meglio si distingue in una avventura di tre settimane prendendo per mano la fatica. La memoria che nell'arte come nel ciclismo "infinita", Montale avrebbe detto così, ogni frammento: le imprese e le beffe, le cadute e le tragedie, disseminando santuari del ricordo in quegli angoli di paese dove le ruote sono passate. Ed è così che ancora oggi tutti ricordano Simpson o Fabio Casartelli che hanno chiuso gli occhi in circostanze tragiche nel bagliore di quel sogno mentre la carovana voleva accompagnarli a Parigi. Paris: la città romantica, l'arte che sfocia nell'architettura eterna che affascina ogni visitatore, il magnifico fondale su cui dopo ventuno giorni sedimentano le diapositive dell'edizione trascorsa. Se ci si fa raccontare da un francese cosa sia il Tour de France si percepisce immediatamente che quelle parole sono piene di orgoglio per una macchina gigantesca che si amplia sempre più e mostra in tutto il mondo una nazione e la sua passione che inonda anche i campi con coreografie e disegni sempre nuovi ma con al centro la bicicletta. Una macchina in cui, almeno per un giorno, almeno per un'ora, bisognerebbe entrare, sedendosi su un marciapiede o stretti dietro le transenne ad aspettare che da una curva, dopo uno striscione con uno sponsor pubblicitario, tra la musica e la felicità della carovana sbuchi magari "un uomo solo al comando" salutato da gigantesche mani verdi di cartone, souvenir del Tour, che rumoreggiano scandendo ogni pedalata. Un quadro, quello del Tour de France, datato 1903, prima edizione di corsa, ormai alla sua centotreesima mostra agli occhi del pubblico con una tela raffinata che più invecchia e più diventa pregiata, fragile e da curare con la attenzione degna dei musei d'arte francesi. 

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