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Kamikaze

Giappone, Isola di Kyushu, novembre 1274.

Per la prima volta le isole giapponesi sono violate da un contingente invasore straniero.

Le sterminate armate mongole del Khan Qubilai si riversano sull’isola come cavallette, le prime difese a cadere sono quelle erette sulle isolette nei pressi di Kyushu, l’isola più vicina alla Corea da cui partono gli invasori.

I villaggi sono dati alle fiamme e uomini, donne, vecchi e bambini trucidati senza distinzioni o pietà.

Perchè questo conflitto contro un popolo isolato come lo era il Giappone di allora?

Il Khan Qubilai aveva, da appena una decina d’anni, ottenuto il controllo quasi totale della Cina e sottomesso lo stato di Corea.

L’ampia brama di conquiste dei mongoli, la possibile presenza di ricchi giacimenti d’oro con cui rimpinguare i forzieri imperiali, quasi vuoti dopo la guerra civile che aveva portato Qubilai al potere, e la relativa vicinanza dell’arcipelago portarono il Khan a ritenere naturale espandersi, anche, in tale direzione.

Nel 1268, per prima cosa, fu inviato un ultimatum al Giappone in cui si richiedeva all’imperatore la sottomissione al Khan, pena in  caso di rifiuto: la guerra.

I mongoli fecero, però, l’errore di chiamare l’imperatore, come un semplice Re, un’offesa non digerita dai giapponesi e in particolar modo dallo Shikken, una sorta di Primo Ministro, il quale, di fatto governava, ma che usava l’apparente autorità dell’imperatore come collante per tenere unito il regno.

I messi mongoli furono ricevuti e alle loro richieste la corte giapponese oppose un completo ed ostile silenzio.

Il Khan inviò più volte messi per cercare di convincere i giapponesi, ma tutte le volte la non risposta fu la medesima, nel mentre i giapponesi si preparavano a subire la certa ira del Khan, fortificando le coste di Kyushu con muri e terrapieni.

Nel 1274 nella baia di Kyushu comparve la sterminata flotta da guerra mongola con più di 40.000 uomini imbarcati.

Lo sbarco nella baia di Hakata, inizialmente, fu un successo mongolo. Le forze dei samurai giapponesi sul posto caricarono, immediatamente, i mongoli mentre sbarcavano, lasciando incustodite le difese approntate nei mesi precedenti.

I samurai erano valenti combattenti individuali, furenti per le distruzioni subite dalle isole nei pressi di Kyushu, spadaccini addestrati e decisi a resistere fino all’ultimo uomo ma abituati a cercare la gloria nello scontro in solitaria.

Le forze mongole avevano un carattere più interforze con macchine d’assedio, ottimi arcieri, eccellente cavalleria e fanti abituati ad agire di concerto coi propri compagni.

La preponderanza numerica mongola e la maggiore capacità interforze sembrò presto avere ragione dello sparuto gruppo di guerrieri giapponesi, ma l’afflusso di samurai di rinforzo e il sopraggiungere della notte salvarono la giornata, anche se una piccola testa di ponte mongola era stata stabilita.

Poco prima che calasse il sole nubi scure e dense di pioggia iniziarono ad addensarsi su quella porzione di terra del Sol Levante.

I capitani mongoli temendo una tempesta, che li avrebbe potuti tagliare fuori dal continente, in piena terra ostile e senza la certezza di rinforzi, decisero dunque di reimbarcarsi.

La tempesta colpì duramente le navi mongole in ritirata affondandone la gran parte.

Il Khan rimase stupito dalla determinazione dei samurai e dalla sfortuna, prima, quindi, di rischiare con una seconda spedizione, tentò nuovamente la carta diplomatica, inviando dei messaggeri e richiedendo formale sottomissione e scuse.

I giapponesi decapitarono gli ambasciatori.

Nel 1281 un’armata quattro volte superiore a quella che aveva invaso il Giappone sette anni prima si ripresentò nei pressi della baia Hakozaki.

I giapponesi, questa volta, erano meglio preparati e le difese più forti ma la preponderanza numerica mongola era estrema, quasi quattro soldati mongoli per ogni samurai giapponese.

Per circa cinquanta giorni mongoli e giapponesi si diedero battaglia, insanguinando quella costa. L’imperatore giapponese stesso, visto l’esito incerto della battaglia, si recò nell’antico tempio di Ise, dove erano sepolti i suoi più lontani antenati per cercare il favore di Amaterasu, Dea del Sole nella religione shintoista e tradizionalmente indicata come progenitrice della famiglia imperiale.

Proprio mentre un’ulteriore ondata di rinforzi stava arrivando a dar manforte agli invasori una terribile tempesta colpì sia le navi attraccate sia quelle in arrivo dalla Cina.

Fu un autentico disastro, molte delle navi del Khan, infatti, erano inadatte alla navigazione in alto mare, men che meno erano atte a resistere a un tempesta.

Quasi metà delle navi colarono a picco, le restanti batterono in ritirata insieme ai superstiti già sbarcati.

Un urlo di gioia si levò dall’intero Giappone e a tutti i Giapponesi sembrò evidente che la stessa Dea Amaterasu avesse mandato il suo servo, il dio del vento, a salvare il Sol Levante dalla distruzione.

Il Dio del vento shintoista era chiamato appunto Kamikaze.

Da quel momento in poi le implorazione pre-battaglia a Kamikaze divennero una pratica consolidata per tutti i guerrieri giapponesi, dal Medioevo fino ai piloti suicidi della Seconda Guerra Mondiale.

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