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La Lectio Magistralis di un artista: Toni Servillo

Bologna - Sabato 28 febbraio si è tenuta nell'Aula Magna di Santa Lucia la cerimonia con la quale il Rettore dell'ateneo bolognese, Ivano Dionigi, ha conferito a Toni Servillo la laurea ad honorem in Discipline della Musica e del Teatro. Il riconoscimento, proposto nel luglio 2014 dal professor Claudio Longhi, coordinatore del corso di laurea magistrale in Discipline della Musica e del Teatro, è stato concesso all'attore, divenuto internazionalmente celebre grazie al ruolo di Jep Gambardella nel film premio Oscar di Sorrentino “La Grande Bellezza”. Le motivazioni per le quali il Consiglio di Dipartimento delle Arti ha approvato all'unanimità la proposta del professor  Longhi sono ravvisabili “nell'avvertita sperimentazione sviluppata dallo stesso laureando ad honorem nel dominio dell'interpretazione, a partire da un serrato e fecondo confronto tra tradizione e contemporaneità; nel suo costante sforzo nel tracciare nuovi orizzonti poetici all'arte scenica, attraverso un ripensamento del rapporto tra la figura dell'attore e quella del regista, [...] per mezzo di una radicale ridefinizione della dialettica tra avanguardia e cultura popolare; nel suo raffinato e sensibile studio delle relazioni complesse […] intercorrenti tra l'arte della recitazione e la musica; nel profondo valore etico e pedagogico implicito nel suo artigianato scenico”. Tra il discorso introduttivo del professor Longhi e l'emozionato saluto del Rettore Dionigi, trova ampio spazio l'impeccabile lectio magistralis di Servillo, feconda di spunti presi tanto dalla sua esperienza teatrale e di vita. Presa la parola, il primo pensiero di Servillo è rivolto ai tanti giovani presenti, a cui dedica il titolo conseguito e a cui si rivolgerà più volte nel suo discorso. Da Jouvet a Cesare Garboli, da Carlo Cecchi a Leo de Berardinis, le parole dell'attore napoletano sono avvalorate e impregnate degli insegnamenti dei grandi maestri del presente e del passato. Per il nostro, è nel momento in cui l'attore sceglie il suo maestro che comincia a diventare qualcosa, e ciò accade per la modestia insita in questo atto. L'attore vive in funzione del proprio pubblico, dal quale riceve la delega a interpretare un testo che si costruisce sull'interazione tra il pubblico stesso e il drammaturgo. Il teatro non è considerato come la sorgente di una rivelazione, ma come un mestiere, una vocazione, un modo di vivere. Rifacendosi a Jouvet e a De Filippo, Servillo ci rimanda l'idea di un teatro semplice e povero, fatto di pochi elementi, la cui essenza è rappresentata dalla centralità dell'uomo. Artista a tutto tondo, nella parte finale Servillo tesse un elogio dell'arte che predilige, la musica. Egli nutre per la musica una sincera venerazione, e per questo afferma di non amare quando viene usata come ancella di altre forme espressive, funzionale a celare la pochezza dei contenuti che si hanno da esprimere. Il suo stato più puro è quando essa risuona da sola, poiché ciò che afferma appartiene ai sentimenti e rende l'uomo libero. “Del teatro non si può sapere niente, ancor meno che di qualunque altra cosa, non c'è niente di più falso e niente di più vero del teatro”. Con questa citazione di Jouvet, Servillo chiude la sua lectio magistralis. È stata una bella lezione.
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Martina

Università degli Studi di Milano. Laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee. I tulipani bianchi, i laghi, i lamponi, i colori dell’autunno, le tragedie greche, la pizza. Costantemente alla ricerca della leggerezza, adoro leggere, ascoltare e raccontare. Amo la bellezza, che uso come criterio con il quale comporre la mia vita.

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