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La leggenda di Sisifo

Nei lontani tempi in cui uomini e Dei interagivano tra loro sulla Terra, in Grecia, dove oggi sorge Corinto, viveva un uomo molto astuto di nome Sisifo.

Egli era figlio di Eolo e di una donna mortale e la leggenda narra che fosse un uomo tra i più saggi del mondo.

Prova della sua saggezza è che era tra i pochi uomini, di quel tempo lontano e mitico, a conoscere la scrittura e proprio grazie  alla scrittura compirà la sua prima opera d’astuzia.

Sisifo, infatti, possedeva un gran numero di buoi, i quali, però, ogni notte, venivano rubati da Autolico, figlio del dio Ermes, che gli aveva concesso il dono di essere tra i più abili ladri del mondo, dono che constava nel poter far mutar forma e colore agli oggetti e agli animali che rubava. 

Ma Sisifo non era disposto a subire i furti di questo ladro dai doni sovrannaturali e, per prima cosa, fece incidere sotto gli zoccoli di tutti i suoi buoi il monogramma del proprio nome, una doppia S.

Autolico, però era scaltro quasi quanto Sisifo ed, accortosi del trabocchetto, mutò anche gli zoccoli.

Il futuro fondatore di Corinto non era uomo che si arrendeva facilmente ed elaborò una nuova astuzia.

Questa volta inserì tra gli zoccoli delle bestie delle forme di piombo fuso a guisa di lettere, costrutti, questi, che non essendo parte dell’animale rubato, non potevano essere mutati da Autolico.

Beffa ulteriore fu che Sisifo dispose tali lettere in modo che i buoi, camminando e lasciando le impronte, scrivessero sul terreno “Autolico mi ha rubato”.

Il ladro semidivino rimase talmente stupito dall’astuzia e dall’intraprendenza di quel mortale che decise di invitarlo nella proprio casa.

Autolico, si da il caso, avesse una figlia di nome Anticlea da cui Sisifo decise di avere un figlio, forse seguendo inconsapevolmente proprio il piano del figlio di Ermes, il quale avrebbe voluto avere un nipote molto furbo.

Tale bambino, secondo certe tradizioni, diverrà noto come Odisseo.

Ma gli inganni di Sisifo ai danni degli Dei furono molteplici.

Il secondo, molto più grave, coinvolse lo stesso padre degli Dei, Zeus.

Mentre Sisifo riposava su una collina, dove poi sarebbe sorta Corinto, vide il padre di tutti gli Dei impegnato nell’ennesima scappatella extraconiugale.

Vittima delle voglie di Zeus era questa volta una ragazza di nome Egina, figlia del dio fluviale Asopo.

Sisifo rivelò ad Asopo il colpevole del ratto ed in cambio chiese al Dio di far sgorgare un fiume da quella collina su cui poi poco tempo dopo avrebbe costruito l’Acropoli di Corinto.

Zeus non apprezzò quello che ai suoi occhi era un tradimento ed inviò la Morte, Thanatos, a prendere l’anima di quel mortale così arrogante.

Thanatos, ligia al dovere, scovò presto Sisifo e lo raggiunse per trascinarlo negli Inferi .

Quando la Morte era sul punto di serrare i polsi dell’astuto mortale nei suoi ceppi, questi giocò la sua carta, e con grande eloquenza, dimostrandosi arrendevole, il fondatore di Corinto chiese in che modo potesse, lui, facilitarle il lavoro.

La Morte, stupita di tale gentilezza e premura, spiegò come avrebbe dovuto chiudersi polsi e le caviglie nei ceppi, ma, Sisifo, facendo finta di non comprendere, indusse Morte a mostrargli la procedura lei stessa e non perdendo l’occasione di salvarsi, la imprigionò nei suoi stessi ceppi.

Da quel momento in poi più nessuno morì e il mondo cadde nel Caos, con uomini decapitati che camminavano, come se nulla fosse, guerrieri mutilati che non morivano etc etc.

Il più turbato ed adirato da ciò era Ares, Dio della Guerra e del Sangue che dalla morte sul campo di battaglia traeva la sua gloria.

Ares si presentò dunque presso Sisifo per liberare la Morte ed uccidere quel mortale così astuto e superbo da sfidare gli Dei.

Ma Sisifo aveva, anche questa volta, un asso nella manica.

Prima di seguire Ares e l’umiliata Morte negli Inferi chiese al Dio della Guerra di lasciargli un momento per parlare un’ultima volta con sua moglie Merope.

Ares, tra le cui doti non spiccava certo l’intelligenza, lo lasciò ingenuamente fare.

Sisifo chiese a sua moglie di non seppellire il suo corpo secondo i riti e, soprattutto, di non fare assolutamente nessun sacrificio ad Ade, Dio dell’Oltretomba o a Persefone, sua moglie.

Una volta giunto negli Inferi Sisifo si lamentò tristemente con Persefone, notoriamente più sensibile del marito, dell’incuria in cui il suo corpo era rimasto e di come ciò comportava una condizione di inferiorità rispetto alle altre anime nei già di per sé tristi Inferi.

Persefone, forse commossa dalla storia di Sisifo o forse per avere i suoi sacrifici, diede, all’insaputa del marito, all’uomo tre giorni di tempo per risalire tra i mortali ed organizzare degnamente il suo funerale.

Ovviamente Sisifo disattese la parola data e soltanto dopo molti anni di ricerca Ade riuscirà a trovare quel mortale così brillante e portarlo, questa volta definitivamente, nell’Oltretomba.

Qui, venne punito in modo esemplare, ovvero dovendo trasportare sulla china di un monte un enorme masso che, una volta giunto in cima, sarebbe caduto a valle, una fatica vana insomma e così sfiancante da impedirgli di pensare a nuovi inganni con cui mettere in difficoltà gli Dei.

Da questa punizione deriva il detto “fatica di Sisifo”, cioè impegnarsi grandemente per ottenere pochi o nulli risultati.

Ma, forse, dicono molti commentatori moderni, nella pena di Sisifo sta anche la sua vittoria perché se è vero che, nella fatica della salita la sua mente è impegnata a bestemmiare gli Dei, nella discesa, dopo che il masso è caduto, la sua brillante mente lavora a pieno regime per cercare una nuova astuzia con cui vendicarsi sui suoi divini carnefici.

 

 

 

 

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