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LA PRIMA SCONFITTA DI UN ESERCITO EUROPEO NELL’AFRICA NERA

Quale fu la prima sconfitta riportata da una forza coloniale europea per opera di un esercito indigeno nell’Africa Nera?

Il lettore italiano, le cui conoscenze storiche derivanti dalla scuola dell’obbligo sono purtroppo impregnate della faciloneria e dell’autodenigrazione della storiografia ufficiale del nostro Paese, a questa domanda risponderà probabilmente con un nome: Adua. Toponimo questo che ricorda la sconfitta subita dagli italiani nel 1896 da parte dell’esercito abissino del negus Menelik II e che portò alle dimissioni del governo Crispi.

Non fu però Adua la prima disfatta in ordine cronologico. Essa prende il nome da un toponimo più difficile da pronunciare e memorizzare: è la Battaglia di Isandlwana, combattuta da un lato da un contingente dell’esercito di Sua Maestà la Regina Vittoria del Regno Unito e dall’altro lato dall’armata principale del Regno Zulu.

Il contesto è il seguente: siamo nel 1879 e il Regno Unito già da diversi anni sta espandendo la propria sovranità sulle repubbliche boere dell’entroterra del Sudafrica, fondate dai coloni olandesi nei decenni precedenti proprio per sfuggire al controllo britannico della Colonia del Capo. Sostituitisi alle piccole repubbliche boere, i britannici si ritrovano a dover dirimere una precedente questione sui confini con il vicino Regno Zulu e, infastiditi dalla mobilitazione dell’esercito del piccolo regno africano, mandano un ultimatum al re Cetshwayo chiedendogli sostanzialmente di sciogliere l’esercito.

Era un ultimatum fatto per non essere accettato ed infatti il Re zulu, non rispondendo, causò la dichiarazione inglese dello stato di guerra l’11 gennaio 1879. Lord Chelmsford, comandante delle forze britanniche in Sudafrica, non disponeva di un esercito numeroso; chiese rinforzi a Londra ma non li ottenne. Lo stesso 11 gennaio iniziò, da parte delle colonne inglesi, composte per due terzi da truppe indigene ostili agli zulu, l’invasione dello Zululand. Le intenzioni di Chelmsford erano di spingere le forze zulu a raggrupparsi, verosimilmente nei pressi della capitale del regno, Ulundi, dove le avrebbe costrette alla battaglia campale e distrutte grazie alla soverchiante potenza di fuoco britannica.

Le cose però non andarono come si sperava; i britannici marciavano in colonne separate che avrebbero dovuto convergere per la battaglia campale e cercavano il nemico per braccarlo e spingerlo nell’angolo. Gli zulu avevano però il vantaggio di conoscere il territorio. La Colonna N. 3 giunse il 20 gennaio ai piedi del monte Islandwana e lì si accampò. Il 22 gennaio un’avanguardia incappò in una forza zulu, che venne supposta essere una parte dell’armata principale, e chiese rinforzi. Lo stesso Chelmsford partì e lasciò il comando del campo al tenente colonnello Pulleine, con l’ordine di difendere il campo da qualunque attacco nemico. Egli disponeva di circa 1.800 uomini, tra britannici e nativi.

Nessuno dei due era a conoscenza del fatto che l’armata principale zulu, forte di circa 20.000 uomini, si stava avvicinando al campo con una manovra accerchiante la montagna. Se ne accorsero poco dopo alcuni esploratori mandati da Pulleine in avanscoperta, che si imbatterono negli zulu e che, ripiegando poiché inseguiti, se li portarono dietro fino al campo. A quel punto gli zulu avanzarono in massa cercando di avvicinarsi ai britannici. Gli inglesi, grazie alla loro artiglieria e fucileria, riuscirono per un po’ a tenerli lontani dalle loro linee falciandoli con il piombo, ma le munizioni iniziarono a scarseggiare e la linea sulla quale i soldati erano sparpagliati era troppo lunga per mantenere un muro di fuoco. Così presto gli zulu, armati principalmente di lance, falci e giavellotti, ma anche di qualche fucile acquistato di contrabbando, riuscirono ad irrompere sui loro nemici e a soverchiarli grazie al loro numero, massacrandoli. I superstiti che riuscirono a fuggire furono solo 60 tra i bianchi e 400 tra gli ausiliari neri.

Quando Chelmsford tornò al campo la sera stessa scoprì la sorte dei suoi uomini, i cui cadaveri trovò tutti sventrati perché, secondo una credenza degli zulu, in questo modo le anime erano libere dai corpi e non sarebbero tornate a tormentare i vivi. La notizia della sconfitta destò particolare scandalo a Londra, che inviò rinforzi per una campagna punitiva. La Guerra Anglo-Zulu ebbe termine nel luglio dello stesso anno con la battaglia di Ulundi, che decretò la distruzione dell’esercito e del Regno Zulu.

 La battaglia di Islandwana fu la peggiore sconfitta riportata dalle forze armate britanniche contro un nemico tecnologicamente inferiore e le perdite furono le più alte mai patite contro un nemico africano. 

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