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LA STORIA DEL PAESAGGIO AGRARIO ITALIANO DI EMILIO SERENI: PASSATO O FUTURO?

LA STORIA DEL PAESAGGIO AGRARIO ITALIANO DI EMILIO SERENI: PASSATO O FUTURO?

La “Storia del Paesaggio Agrario Italiano” di Emilio Sereni, pubblicato nel 1962, ha rappresentato una vera e propria pietra miliare negli studi di storia dell'agricoltura, del paesaggio agrario e non solo, riallacciando la grande cultura agronomica italiana a quelle estere, in particolare al grande storico francese Marc Bloch e alla sua “Caratteri Originali della Storia Rurale Francese”.

Il grande storico e agronomo italiano (personaggio dalla vita tumultuosa e dalle posizioni talvolta contoverse, poliglotta, resistente, ministro costituente della Repubblica, senatore del PCI, esperto di questioni agrarie), tracciava infatti nella sua opera un affresco tanto lungo quanto ambizioso. Lo studioso romano offre un quadro affascinante e rigorosissimo dalla creazione dei primi paesaggi agrari italiani organizzati con la cività etrusca, la colonizzazione greca e la centuriziane romana, passando per il medioevo col suo dinamico e vitale rapporto tra saltus e campi coltivati, sino ai paesaggi agrari della modernità connessi alle sistemazioni fisiche del terreno (piantate, cavini, “cavalletti”, ciglionamenti e terrazzamenti, “campi a erba”,ecc..), con le rispettive strutture che li hanno prodotti (piccola proprietà montana, azienda capitalistic di pianura, mezzadria, latifondo, ecc..), conservatisi in Italia sino alla metà del XX secolo.

L'enorme patrimonio di studio e produzione editoriale e non di Sereni è oggi custodito dalla Fondazione Sereni, con sede a Gattatico (RE) presso Casa Cervi, che ha appunto al centro della sua missione il portare avanti l'attenzione, con lavoro di divulgazione e formazione, e lo sguardo sereniano sul paesaggio rurale e sui suoi abitanti.

Lo studio di Sereni si interrompeva nel 1960, un anno di certo cruciale per la storia italiana, in pieno periodo di boom economico, e in pieno al grande mutamento delle campagne italiane. Dobbiamo però riconoscere prima di tutto che, a scanso di facili infatuazioni all'”Into the Wild”, la “nostra patria è sempre stata artificiale” come diceva già a metà '800 Carlo Cattaneo (e lo stesso Sereni cita un passo dal Leopardiano “Elogio degli Uccelli” dello stesso tenore, seppur più poetico ovviamente), e la Nutura è tanto affascinante quanto difficile da gestire nella sua complessità per l'uomo, come dimostrano i casi delle zone rinselvatichite sulle Alpi e gli Appennini. L'impronta umana sul territorio non è un'invenzione della contemporaneità.

Quindi la grande, per certi versi magnifica e stracitata opera nel suo perfetto equilibrio tra rigore scientifico e divulgazione,  racconta di un mondo che non c'è più. Negli ultimi 50 anni le campagne italiane sono mutate più radicalmente di quanto non avessero fatto in tutti i secoli precedenti. Cambiamenti sia tecnologici (meccanizzazione, diffusione di fertilizzanti di sintesi, agrofarmaci, diserbanti e sementi certificate, selezione genetica razionale per il bestiame, capillare diffusione dell'irrigazione, ecc... ) sia socioeconomici (in 30 anni l'Italia il numero di addetti cala del 40%, con il conseguente spopolamento delle campagne, l'abbandono di molti terreni e il “consumo di suolo”, che si riverbera sulle pratiche aziendali e le strutture familiari), oltre alle innumerevoli e repentine modificazioni, che in piccolo anche in Italia col fenomeno dell'urbanesimo (espansione dell'edificato, grandi infrastrutture, cementificazione dei suoli, ecc...), hanno modificato indelebilmente il territorio italiano.

Non è certo una riflessione da passatisti. Di certo nessuno rimpiange i tempi della mezzadria, quando la “vita in campagna” non era il nome di una simpatica e bucolica rivista, ma era fatica e sudore immani e quotidiani a fronte della mera sopravvivenza in tutta la penisola, dai piccoli proprietari langaroli sino ai braccianti dei latifondi siciliani. La campagna è stata riposante e piacevoele solo per chi in passato la viveva nelle “villeggiature estive” suburbane come nelle magnifiche dimore nobiliari venete o nei dintorni di Milano, o per chi negli ultimi decenni non vi ha mai vissuto pur idealizzandola.

Quale eredità quindi ci consegna Sereni? Perchè leggere a distanza di decenni questo libro?

La “Storia del paesaggio Agrario Italiano” non rappresenta tanto il canto del cigno dell'agricoltura di una civiltà preindustriale, quanto piuttosto una riflessione su alcuni fatti costitutivi della storia travagliata, in Italia particolarmente, tra uomo e ambiente naturale.

Per prima cosa afferma, cosa per molti non così intuitiva, che il principale motore del mutamento del paesaggio agrario è l'incessante attività umana nel corso degli anni e dei secoli (secondo la legge non scritta della permanenza del paesaggio, così come impostato), e che quindi buona parte del paesaggio italiano deve a loro la sua conformazione, più o meno attuale. Questo ci porta a riflettere non solo sul presente, ma  anche sulle scelte future in grado di riverberarsi negli anni successivi e di determinare fortune e sfortune, gioie e dolori di luoghi e paesi. Opera consapevole e non, collettiva ma non sempre corale, che nei secoli ha plasmato il territorio attuale (Sereni definiva la Storia “prassi di un'umanità associata”).

Opera che presuppone un amore e un attaccamento caloroso, quasi una passione, per il territorio e per i suoi abitanti, che si  traduce in cura e attenzione concreta fin nei suoi minimi particolari. Non a caso l'altra grande citazione che apre il volume è l'Inno ad Afrodite di Saffo, una delle liriche più struggenti e umane della letteratura greca.

Dopodiché consiste nel considerare obiettivamente le conseguenze di questo lavorio: incessante, ma  mai uguale. Non è naif, quanto piuttosto scorretto pensare al paesaggio come ad un bene assoluto, immutabile ed eterno, semplicmente perchè non lo è mai stato, in quanto ha seguito, come una fisarmonica, il progredire e il regredire della presenza umana sul territorio e la sua capacità o meno di organizzazione e di manutenere del territorio.

Inoltre il tema del paesaggio (che è in parte maggioritaria paesaggio rurale ed agrario, cioè produttivo) può trovarci difficilmente indifferenti, sia perché è parte intima della nostra cultura ed eredità comune, ma anche perché , come tema “trans-facoltà”, riguarda direttamente la formazione ad esempio in molti corsi di laurea, anche in Unimi.

Oggi le scelte “direttive” dipendono solo in parte della volontà del singolo agricoltore o anche del singolo stato, in quanto dal 1962 sono coordiante dalla Politica Agraria Comunitaria (PAC), la quale ha mutato peraltro negli ultimi 25 anni profondamente il suo indirizzo, spostandolo da un produttivismo che mirava all'autosufficienza dell'allora CEE, ad un controverso ed eppur necessario equilibrio tra il sostegno economico agli agricoltori e la salvaguardia dell'ambiente agrario tramite l'incentivazione di buone pratiche agronomiche.

 La PAC potrà certo influenzare le scelte e le direzioni dello sviluppo o della cura del paesaggio, ma finchè tutto si ridurrà a una una mera lista delle “buone intenzioni”, spesso consigliate, ma in cui gli agricoltori non credono affatto, il tutto potrà avere un effetto molto limitato. E' piuttosto il conferire il merito a coloro che questo paesaggio l'hanno plasmato e riconoscerne cause, tecniche e adattamenti, perché sono in prima istanza loro a essere artefici e custodi del paesaggio italiano, nonché una sfida per i suoi vecchi e nuovi abitanti, a trovare nuove strategie , riconosciute come “di valore” e perciò collaborative a livello nazionale ma sopratutto locale, per una gestione accurata e di questo grande patrimonio comune.

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Michele Salvan

Studente magistrale di Agraria con diverse esperienze pratiche all'attivo.

MASTER in FINANZA&CONTROLLO

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