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La vittoria più bella di sempre

Chissà cosa avrà pensato Paolo Bettini quel 14 ottobre 2006 sulle strade del Giro di Lombardia, edizione numero 100, lungo i 245 chilometri che univano Mendrisio a Como. Quelle sei ore di gara sotto un plumbeo cielo autunnale sono state probabilmente per il livornese il tentativo di contenere l'incontenibile, di mettere una diga a quelle lacrime che a ondate riempivano e svuotavano gli occhi, di arginare il dolore lancinante del ricordo. Sì, perché quel giorno Sauro, suo fratello, non era a casa a vederlo dalla TV, non era sul traguardo ad abbracciarlo, lo aveva abbandonato per sempre pochi giorni prima quando era troppo presto, anche se per morire è sempre presto e l'anima non si da mai pace e si tormenta le viscere con il pensiero di tutto quello che avrebbe potuto essere se non vi fosse stata la parola fine. È partito Paolo, forse non avrebbe voluto ma in certi momenti la fatica è salvifica, ti sfinisce e nel farlo strappa al tuo cervello qualche energia impegnata a pensare, a rimuginare, a sfidare la sofferenza. In mezzo al plotone forse immaginava la fine di quella gara, forse non vedeva l'ora di tagliare il traguardo e di stringere forte la sua famiglia qualunque fosse stato l'esito, macinava la rabbia per una vita che non era come avrebbe dovuto essere, come la aveva immaginata, pensava al nipote Francesco e intanto scandiva il ritmo e girava i pedali. Ha dovuto aspettare il Grillo, convivere col magone e con la voglia di sfogarsi, di buttare fuori il dolore, per quasi 230 chilometri. Ma la testa glielo diceva, glielo sussurrava: "Vai a prenderti questo Lombardia Paolo! Scatta! Fallo per Sauro!". Ai piedi del Civiglio parte il campione del mondo e sorprende tutti: Di Luca che aveva iniziato l'azione deve guardarlo prendere il largo, stessa sorte per Wegmann che alzando gli occhi può solo inchinarsi al volo dell'atleta Quick-Step. Sul San Fermo della Battaglia è ancora Bettini: chissà cosa avrà pensato, forse qualche lacrima nascosta sarà caduta su quelle strade mentre il cuore batteva forte in vista del traguardo, in vista di Como. La vista dello striscione del traguardo è liberatoria: è il calore che scioglie il ghiaccio, che disgela l'anima, che la libera dall'acqua salata delle lacrime in cui è invischiata ormai da giorni. Bettini alza le braccia al cielo, non ci crede, scuote la testa, gli occhi stanno per liberarsi, porta le mani sul volto, lo copre, non vuole vedere, non crede alla vittoria, non crede ancora che Sauro non è più con lui. Quelle braccia alzate, quel bacio al cielo sono l'estremo contatto d'amore con il fratello, come a dire " Io ci sono! Tante volte mi hai accompagnato alle gare, oggi ti accarezzo col pensiero durante il tuo viaggio più lungo, più triste." Al traguardo Bettini dichiarerà che è stata la vittoria più bella della sua carriera, mentre piange attorniato dai famigliari. Lo è stata: una vittoria che ha inquadrato e immortalato in un flash i valori più autentici dell'uomo che nel dolore lotta provando a ritrovare la sua essenza anche nel ricordo e nella memoria di chi non gli è più accanto. Lo sport, il ciclismo e la gente commossa a fare da cornice al campione che abbraccia l'uomo, alla forza che abbraccia la tenerezza, al passato che stringe il presente proiettandolo nell'infinito del cielo. 

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