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L'ansia, una malattia del XXI secolo

Paolo è un giovane tamarro di periferia come tanti. E’ un ragazzone gagliardo, sicuro di sé e senza peli sulla lingua. La sua figura suscita rispetto e timore. Non ha finito gli studi, ha un lavoro mediocre, eppure in tanti lo invidiano. Invidiano il suo modo di fare, la sua padronanza della scena, le sue innumerevoli amicizie. Paolo ha legami con tutti: se sei con lui, puoi star certo che nessuno verrà a crearti problemi. Tuttavia anche lui ha un punto debole. Quello che meno ti aspetti, quello che nel nuovo secolo caratterizza una fetta sempre più ampia della nostra gioventù. Paolo è affetto da una serie di somatizzazioni che, più o meno saltuariamente, gli impediscono di vivere la sua vita a tutto tondo. Detto più banalmente Paolo soffre d’ansia. Ha passato una vita a nasconderlo, barcamenandosi nell'intento di non ledere l’immagine che con tanta fatica si è creato. Ha evitato di parlarne e si è negato qualsiasi tipo di aiuto, ma così facendo si è solo ulteriormente complicato l’esistenza. Col passare degli anni, e con estrema fatica, ha iniziato a esprimere questo disagio quantomeno con gli amici più stretti ricevendo da un lato comprensione e saggi consigli, ma dall'altro fastidiosa compassione e sconcerto. Ci vorrà ancora molto tempo per spiegare che, chi soffre di questi problemi, non è un alieno. Non è ipocondria, non è scarso autocontrollo, non è ossessione e le persone come Paolo ne sono la prova vivente. Vi è un’ampia gamma di attacchi d’ansia e non sono tutti collegati allo stato d’animo che la persona ha nel momento in cui viene colpita da questo sgradevole evento, ma spesso siamo portati a crederlo. Gli attacchi di panico possono sopraggiungere per un’infinità di cause. Alcune teorie parlano di predisposizione genetica, altre di traumi non superati (specialmente infantili), altre ancora affermano che l’ansia non è altro che una manifestazione d’infelicità. Probabilmente tutte vere e tutte false. Di certo non c’è ancora niente. La cosa certa è che l’attacco di panico non è anormale e, in un mondo in cui il fenomeno cresce, anche chi non ne soffre deve adoperarsi affinché tutti possano avere le conoscenze necessarie per sostenere coloro che sono vittime di questi spiacevoli episodi. Non ci sono delle regole specifiche da seguire perché ogni persona ha un proprio carattere, ma generalmente chi soffre d’ansia non ama essere compatito e guardato con occhi colmi di pena. La compassione è certamente un sentimento spontaneo per colui che cerca di aiutare una persona sofferente, ma, nel caso dell’ansia, molte persone lo prendono come un affronto alla propria dignità e preferiscono occultare il più possibile il loro malessere peggiorando progressivamente la loro situazione. La soluzione è semplice. Quando la società comprenderà che l’ansia non è una debolezza, ma solo un fatto della vita e quando il vivere associato non sarà più contaminato dal continuo bisogno delle persone di giudicare gli altri, allora la gente non proverà vergogna nel chiedere aiuto mostrando anche le parti meno felici del proprio essere.
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Samuele Casadei

Università degli Studi di Milano. Studente di Scienze Politiche. Dietro il tipico tamarro di periferia si cela un sentimentalone amante della poesia e della natura. Ritiene la musica l’arte più incantevole di tutte e si diletta nell’ascolto dei gruppi Indie più disparati. Sa di non sapere, quindi sa.

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