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LE “MAROCCHINATE”, STUPRI DI MASSA NELL’ITALIA LIBERATA

Con il termine “marocchinate” si identificano, nella comune lingua italiana, tutti quegli episodi di violenza sessuale e violenza fisica di massa commessi dai soldati marocchini inquadrati nel Corpo di spedizione francese in Italia durante la campagna di liberazione dell’Italia dalle forze dell’Asse, nell’ambito della Seconda Guerra Mondiale.

Le violenze dilagarono in seguito allo sfondamento della linea Gustav, che passava per Cassino, il 14 maggio 1944, da parte delle truppe alleate. Sembrerebbe che il generale francese Alphonse Juin, per spronare gli uomini ai combattimenti, avesse concesso ai goumier  -così si indicano i soldati di nazionalità marocchina incorporati nell’esercito francese- 50 ore di “libertà” dopo la battaglia, consentendo loro di razziare ed infierire sulla popolazione civile al di là della linea difensiva tedesca.

In realtà il fenomeno è molto più diffuso, vi sono testimonianze di violenze sparse lungo tutto il percorso dei goumier in Italia, dalla Sicilia dove sbarcarono nel luglio 1943, alla Toscana, che lasciarono nell’ottobre 1944 quando il corpo di spedizione francese venne trasferito in Provenza. Fu però nelle città della Ciociaria che le violenze esplosero in dimensioni enormi.

Questa è la traduzione del volantino che sarebbe stato lasciato circolare tra i goumier dai vertici militari francesi: «Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete».

Migliaia di donne vennero stuprate brutalmente, alcune di esse morirono in seguito per le lesioni riportate. A seguito delle violenze sessuali molte persone furono contagiate da sifilide, gonorrea e altre malattie a trasmissione sessuale; una vasta epidemia fu evitata solo grazie alla penicillina che venne somministrata dagli statunitensi. Molte donne rimasero incinte. Numerosi uomini che cercarono di difendere le proprie compagne furono violentati a loro volta o uccisi. Anche molti bambini, di entrambi i sessi, vennero utilizzati dai maghrebini come oggetti di sfogo sessuale. Il parroco di Esperia don Alberto Terrilli che cercò invano di salvare tre donne dalle violenze dei soldati, fu legato e sodomizzato tutta la notte morendo due giorni dopo per le sevizie subite.

Agivano in genere in gruppi di due o tre, avendo uno un rapporto normale con la vittima, mentre l’altro la sodomizzava. Tuttavia vi sono testimonianze di ragazze rapite e portate in casolari di campagna e costrette a subire le violenze di 100, 200 e 300 maghrebini. A Pico i soldati statunitensi del 351º reggimento fanteria giunsero mentre i goumier stavano compiendo le violenze, ma furono bloccati dal comandante francese del reparto, che disse loro che "erano qui per combattere i tedeschi e non i francesi". Si può dunque parlare di un vero e proprio vergognoso “diritto di preda” concesso ai reparti marocchini, che rispecchiava una tradizione della cultura guerresca di quel popolo.

Fin qui si è parlato principalmente delle violenze sessuali, ma sono innumerevoli le razzie, i saccheggi, gli omicidi e persino vere e proprie esecuzioni. Alcune delle stime che si sono in seguito fatte degli stupri arrivano addirittura a numeri vicini a 60.000. Molte di queste stime inoltre potrebbero non rispecchiare la realtà poiché molte donne, per pudore, preferirono non denunciare.

Tra i mille orrori della Seconda Guerra Mondiale dunque anche questo.

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