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L'enigma della semplicità: Edward Hopper.

Edward Hopper nasce il 22 luglio del 1882 a Nyack, piccola cittadina sul fiume Hudson, in una colta famiglia borghese americana. Fin da giovane si appassiona all'arte, la quale lo porta alla New York Institute of Art, ove si laurea. Allievo di Chase, Sloan e Henri, infatti, si avvicina all'impressionismo e allarga le sue innate doti artistiche riproducendo dal vivo i suo compagni di studio George Bellows e Rockwell Ken.

Nonostante l'agiatezza famigliare comincia la sua carriera facendo copertine per riviste e aziende pubblicitarie, che gli garantiscono un sostentamento economico per quindici anni. A dare una sostanziale svolta alla sua attività artistica saranno i due viaggi che Hopper farà in Europa, stabilendosi per mesi a Parigi. Nella Ville Lumière Hopper ha modo di vivere l'arte, un'arte lontana dall'atmosfera statunitense, che lo avvicina non tanto a Picasso e ad altri artisti a lui contemporanei quanto piuttosto a Rembrandt e artisti ottocenteschi.   Dalla scuola del secolo precedente completa la sua tecnica artistica: affina la resa di luci e ombre, la stesura del colore e l'espressività austera che caratterizzano i quadri.

È dunque da qui, da Parigi, che Hopper matura la sua arte definita silenziosa? Effettivamente è stato riscontrato un trait d'union tra i lugubri sfondi del pittore fiammingo e i paesaggi muti del celebre pittore statunitense. Ciò che colpisce, infatti, passeggiando tra le sue tele, è una sensibilità profonda nella riproduzione di eventi, di scene di vita quotidiana, di paesaggi che paiono del tutto fissati anche nella realtà. Non è facile sfuggire alla malinconia che le sue tele, soprattutto ponendo attenzione a un tema profondamente caro all'artista: la finestra.

Vi sono numerose opere dell'artista le quali "spiano" la vita di personaggi senza volto, americani in crisi dall'aria assente creano scenari di forte carattere metaforico.

Sono scene congeniali a chiunque, mai eccessive, ma che, nel contempo, nascondono un mistero, una leggera inquitudine, celata dai colori decisi dell'artista, dalle sue ombre definite e dalle sue pennellate impercettibili.

La collezione delle finestre dà uno sgurdo quasi voyeristico alla vita privata dei passanti, dei personaggi nello sfondo, di gente comune. In queste tele è quindi possibile ammirare la catatonia della vita, di gente vuota, stanca, specchio della crisi americana contemporanea all'artista.

Pensare alle opere di Hopper come mute cartoline di un'America ormai passata è però ridutivo: la sua particolare pittura svela,nella sua silenziona forma di scene apparentemente mute, la possibilità di immaginare le più particolari storie di cui è intessuto il paesaggio rappresentato da parte del pubblico. Le scene sono così chiare da risultare enigmatiche nella loro stessa semplicità. Il caso più celebre è Second story sunlight. Chi può sapere quale sia il legame tra i due personaggi del quadro? Chi può con certezza affermare cosa passi nelle loro menti? Sono davvero consapevoli d'essere ritratti?

La magia di Hopper sta proprio qui: è dalla semplicità più vivida che si traggono storie inverosimili, è dalla scena più vicina alla nostra vita quotidiana che si acquista,lentamente conscienza di sè.

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