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L'oscuro fascino di Mafia Capitale

La vergogna ha la memoria corta.

Il pittoresco recente funerale di Vittorio Casamonica, definito Boss mafioso, ma dalla fedina penale immacolata, ha aizzato una serie di polemiche senza fine, con sciami di indignatos da tastiera scatenati nell’esprimere il proprio sdegno davanti a cotanta sfacciataggine.

Nonostante qualche accampata giustificazione da parte del governo, (quasi) nessuno ha creduto al fatto che quest’opera circense sia stata organizzata nel centro di Roma senza che alcuno ne avesse avuto preventivo avviso.

Anche perché, se così fosse, ci sarebbe da aprire una parentesi per quanto riguarda la questione della sicurezza nella capitale: come è stato possibile, ad esempio, violare lo spazio aereo in un periodo di particolare tensione internazionale come questo? Siamo effettivamente  pronti a raccogliere le migliaia di pellegrini in vista del Giubileo di fine anno?

Forse no.

Tutti d’accordo dunque, a parte qualche voce fuori dal coro come Giuliano Ferrara il cui commento più intelligente è stato: funerali a cavallo, embè? Ognuno è libero di seppellire i propri morti come meglio crede, l’opinione pubblica si è trovata incredibilmente concorde nel definirle le esequie del Casamonica una figuraccia agli occhi del Mondo!

Bene direbbero i più, finalmente il Paese ha dimostrato da che parte sta. La forte e comune indignazione infatti, dovrebbe o vorrebbe voler significare una reale presa di coscienza da parte del popolo italiano della montagna di spazzatura che rappresentano tutte le organizzazioni mafiose.

E invece no.

Perché in Italia, più che altrove, si subisce oltremisura il fascino della mafia.

Lontano da me il pensiero di condannare, ad esempio, i recenti sceneggiati di successo sull’argomento, è però indubbio che lo stile di vita mafioso è bramosamente ambito nel nostro bel paese praticamente da sempre. È evidente che soldi facili, belle macchine, armi e potere riscuotono interesse ed attrattiva nelle masse, al punto che ultime le ultime notizie ci informano che “Mafia Capitale” è stato scelto come nome per un nuovo Brand commerciale d’abbigliamento (registrato regolarmente sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico) e per un nuovo gioco per smartphone.

La App creata dalla Sinergie Attive Srl ha come scopo del gioco quello nascondere più soldi possibili e più velocemente dell’avversario tra quelli destinati ai servizi e alle opere pubbliche.

Una goliardia, certo, ma che ci permette di distrarci dalla puzza di marcio che arriva fitta dai fascicoli dell’indagine. Goliardie come le pagine facebook dedicate a Totò Riina, elogiato per la sua crudeltà (piace a 23.572 utenti) o Bernando Provenzano (4.177 like) ammirato per la sua latitanza record con cui si è fatto (o forse no) beffa dello Stato per 43 anni.

Goliardie che negli anni ci hanno distratto al punto che quasi nessuno dei sopracitati indignatos sapeva chi fosse Vittorio Casamonica prima che passasse all’altro mondo.

Quasi nessuno sapeva della suo indiscusso dominio su Roma durato quarant’anni, e del “Supermarket della droga”che il Clan era riuscito a organizzare nel quartiere Romanina e che ricopriva il far bisogno di tutto il Sudest di Roma. E ancora, quasi nessuno sapeva, che nel febbraio del 2014 la Corte d’Appello smantellava la sentenza di primo grado che condannava a 360 anni di carcere i 31 imputati, parenti e affiliati del clan, restituendo loro addirittura il “tesoro” fatto di lingotti d’oro (si, lingotti), bar, società e immobili sequestrato dopo il primo grado di giudizio. Quasi nessuno inoltre, prima del funerale, ricordava la foto ricordo scattata durante una cena nel 2012 tra il giovane nipote dello zio morto, Luciano, il sindaco di allora Gianni Alemanno (Pdl), il  futuro ministro Giuliano Poletti (Pd) e colui che è stato identificato al vertice della gerarchia di Mafia Capitale: Salvatore Buzzi.

Ci saremmo dovuti indignare allora, quindi. Negli anni. Nel corso della nostra storia. Ci saremmo dovuti indignare da sempre.

Ci saremmo dovuti indignare nel 2013 quando il Presidente della Repubblica Napolitano, il Presidente del Consiglio Letta, e il Presidente del Senato Grasso, omaggiarono la salma di Giulio Andreotti condannato per una “autentica stabile ed amichevole disponibilità verso esponenti mafiosi di spicco, almeno fino al 1980”, reato commesso, ma prescritto. E invece la cosa fu indifferente ai più.

Ci saremmo dovuti indignare nel 1992 e nel 1993 dopo le bombe delle stragi sanguinarie di Cosa Nostra. E invece lo Stato allora come ora si piegò, concedendo la revoca di centinaia di 41-bis e lo smantellamento della legislazione antimafia.

Ma questa è un'altra storia.

Quello che ci possiamo chiedere oggi è cosa sarebbe successo se, ad esempio, il parroco, in un coraggioso atto in conflitto d’interessi, si fosse rifiutato di celebrare la messa?

E cosa sarebbe successo se chi ha autorizzato il volo, la carrozza e tutto il resto, non lo avesse fatto?

Se invece di una folla in visibilio fuori dalla chiesa ci fossero stati solo insulti e sputi per il feretro?

Oggi probabilmente racconteremmo un'altra storia.

Non lo sapremo mai perché non è andata così.

Non è andata così neanche nel 2013 e neanche nel ‘92 e nel ’93.

Infondo è molto più facile indignarsi degli usi e costumi dai gusti contestabili piuttosto che rifiutare una mazzetta o un entrata in nero.

Quello che ne resta oggi sono solo gli indignatos: sciami di opinionisti combattuti tra un click su facebook e uno sguardo a Gomorra alla tv.

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Francesca

Università degli Studi di Milano. Laureata in Scienze Politiche Internazionali. La musica rock. Ballare sotto la pioggia. Una birra con gli amici. Un giro in bicicletta il giorno prima del tuo compleanno. La Juve che vince in Champions. The joints. Il post-sbornia nelle lenzuola pulite. Un tuffo dallo scoglio più alto. La risata di mia mamma. Dormire fino a tardi senza sentirsi in colpa. Il poker del lunedì. Cantare in macchina a squarciagola. Io e il mio cane al parco la domenica pomeriggio.

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