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Numeri chiusi in Statale, i motivi della protesta.

 

 

Uno degli argomenti più in voga negli studi umanistici in questi giorni è stata la proposta da parte di alcuni membri del Consiglio D’Amministrazione dell’Ateneo di porre un freno al numero annuale di iscrizioni degli studenti, per poter fronteggiare al meglio le difficoltà incontrate dai docenti durante l’anno accademico: lezioni sovraffollate e studenti poco preparati in sede di esame. Per farlo vorrebbero utilizzare il più classico dei metodi: un test d’ingresso da fare obbligatoriamente prima di poter presentare la propria domanda di iscrizione.

 

Questa proposta ha riscontrato ovviamente non poche proteste da parte degli studenti, la cui voce è sostenuta e portata avanti in particolare dai gruppi studenteschi di “Unisì” e “Studenti Indipendenti Statale”. Per poter discutere dell’accaduto ho avuto il piacere di parlare con due persone: Serena Vitucci, rappresentante di Studenti Indipendenti Statale, e Laura Grechi di Unisì, rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Ho posto loro le domande che avevo pensato durante le mie precedenti ricerche sull’argomento e gentilmente mi hanno spiegato il loro punto di vista e i motivi della protesta in corso. 

                                

Durante l’intervista hanno affermato che la realtà dell’imposizione del numero chiuso sarebbe una motivazione sia di tipo ideologico, che avrebbe come probabile obbiettivo quello di realizzare una sorta di “Ivy League italiana”, sia pratica, nonostante le motivazioni ufficiali giustifichino il provvedimento con la scusa di una perenne carenza d’organico. Le rappresentanti hanno fatto l’esempio dei CDL di Scienze Politiche e Scienze Internazionali della sede di via del Conservatorio, in cui è già presente un test di ingresso e un numero chiuso, senza che vi fosse alcuna necessità pratica poiché il numero di disparità tra studenti e professori non era tale da giustificarlo. Si è avuto come effetto collaterale una forte diminuzione dei neo iscritti, e questo ha portato ironicamente a una situazione in cui il numero degli studenti è molto al di sotto della soglia massima consentita di laureandi all’interno delle due Facoltà. 

 

Questo avvenimento avrebbe dato luogo ad un conseguente aumento di iscrizioni alle facoltà umanistiche di via Festa del Perdono, proprio da parte delle ex probabili matricole di Scienze Politiche che avrebbero preferito iscriversi in altre facoltà, ma hanno virato sulla storica sede della Statale per non rischiare un’altra bocciatura ad altri corsi con accesso a numero chiuso. L’effetto così ottenuto è quello di un maggior sovraffollamento di classi. Tutto per l’afflusso notevole di studenti che si sono iscritti come mero ripiego a corsi ad accesso libero.

 

Secondo le due rappresentanti la missione dell’ateneo è rimasta solo superficialmente inclusiva, ma nella pratica  starebbe virando verso una maggiore esclusività e ,come conseguenza, ad una emarginazione di Scienze Umanistiche. Rammentando che ad oggi si paventa la possibilità che tutte le facoltà di questo ramo siano toccate dalla riforma, a vantaggio delle materie scientifiche e di ricerca, le stesse che attualmente, grazie alla nuova amministrazione, stanno ricevendo molta più visibilità diventando il nuovo perno dell’Università stessa.

Una ulteriore prova che il numero chiuso sia stato imposto ideologicamente è data dalla stabilizzazione del numero dei cosiddetti punti organico, cioè quote di fondi per mantenere attiva la didattica e la ricerca nei CDL. Basti pensare che la quota spettante ai dipartimenti di Studi Umanistici è di pari livello se non addirittura inferiore rispetto a facoltà e dipartimenti, con un numero inferiore di iscritti. Questi ultimi, però, avrebbero visto aumentare i loro punti organici, come ad esempio è successo alle facoltà di Medicina e di Agraria. Questa decisione avrebbe obbligato quindi le Amministrazioni dei dipartimenti di Studi Umanistici ad adottare un taglio “draconiano” e ora vorrebbero introdurre il numero chiuso per poter mantenere la didattica di “pari livello”. Con questo ci potrebbe essere anche un rovescio della medaglia: una riduzione degli iscritti porterebbe probabilmente a un rapido calo degli introiti dalle tasse universitarie, già aumentate notevolmente per i fuoricorso da più di due anni (per gli altri non è stata aumentata la tassazione, ma diminuita), e quindi a un probabile calo di fondi, a meno che il numero massimo imposto di iscritti non sia solo leggermente inferiore a quello attuale. Nel caso invece di una decisione opposta, in cui cioè si decidesse di fissare un numero programmato molto più basso delle attuali immatricolazioni, si renderà necessario coprire le perdite con fondi propri dell'Ateneo. Essendo semplicemente una possibilità, non c'è attualmente alcuna previsione a riguardo. Si riscontrerebbero però entrambi gli scenari che si vorrebbero adottare, con la scusa della carenza di spazi e personale docente, laddove invece rimarrebbe tecnicamente un'ampia base disponibile. La logica imporrebbe quindi che la vera motivazione sia il desiderio di restringere l'accesso all'università solo a presunti "migliori". Questo punto mi è stato “quasi” confermato da Paolo Pedotti, rappresentante degli studenti nel Consiglio D’Amministrazione.

Questa porterebbe, secondo sia Unisì sia Studenti Indipendenti, a una vera e propria “aziendalizzazione” e “americanizzazione” della Statale e dei suoi servizi, portando quindi a investire maggiori fondi e impieghi su settori che porterebbero più lavoro e guadagni agli investitori privati e statali che stanno attualmente finanziando l’Ateneo. Questo porterebbe da ultimo a rinunciare all’ideale che l’istruzione universitaria sarebbe dovuta essere quella di una formazione intellettuale dell’individuo.

 

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