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PERCHÉ SI DICE: «È SUCCESSO UN AMBARADAN»?

Tutti noi abbiamo sentito almeno una volta la parola “ambaradan”: «É successo un ambaradan!», «Cos’è questo ambaradan?!», oppure più semplicemente: «È un ambaradan!». Questo termine indica un insieme disordinato di elementi, un guazzabuglio, una gran confusione, una impresa complessa, una baraonda.

Ma da cosa deriva questo peculiare sostantivo che al suono appare così distante dalla nostra lingua neolatina, qual è l’etimo della parola?

Il termine nasce dalla crasi e dalla corruzione finale di un toponimo africano. “Crasi”, derivante dal greco, vuol dire “mescolanza”; è un fenomeno fonetico che avviene quando la vocale finale di una parola si fonde con la vocale iniziale della parola successiva. Le due parole in questione sono “Amba Aradam” e la corruzione, attinente alla lingua parlata, riguarda la “m” finale, che si trasforma in una “n”.

L’Amba Aradam è un altopiano montuoso situato in Etiopia, conosciuta in Europa anche come Abissinia, paese molto vasto collocato nel Corno d’Africa tra l’Equatore ed il Tropico del Cancro e caratterizzato da una diffusa presenza di massicci montuosi dalla cima piatta (in lingua amarica: “amba”), alcuni dei quali anche molto alti e dalla vegetazione rigogliosa.

Tra il 10 ed il 19 febbraio 1936, all’inizio della cosiddetta Guerra d’Etiopia, guerra coloniale combattuta da un lato dalle forze italiane, guidate dal maresciallo Badoglio, e dall’altro dalle forze etiopi dell’indipendente Impero Abissino, governato dal negus neghesti, sovrano assoluto, Hailé Selassié, presso questo massiccio montuoso chiamato Amba Aradam si svolse la prima grande battaglia della guerra, la quale si concluse poi il 05 maggio 1936 con l’entrata delle truppe italiane vittoriose nella capitale etiope Addis Abeba.

La battaglia dell’Amba Aradam fu molto cruenta e caotica. Si fronteggiavano Badoglio, con 70.000 uomini tra italiani ed ascari, ed il Ras Mulugeta, con 80.000 uomini, affiancato da altre armate etiopi che vennero però presto messe in ritirata da alcuni corpi d’armata italiani. Gli italiani erano ovviamente meglio armati e disponevano anche di un’aviazione, resasi indispensabile per le ricognizioni aeree sopra le truppe etiopi e molto utile per infliggere ulteriori danni al nemico, una volta che questo era in rotta, tramite bombardamenti e mitragliate sulle truppe in fuga.

Il Ras Mulugeta aveva il vantaggio del terreno, essendosi piazzato sulla cima dell’altopiano, costringendo così gli italiani ad andare ad assediarlo su questa fortezza naturale. Badoglio, furbo e abile generale piemontese, dopo pesanti bombardamenti tramite l’artiglieria e l’aviazione, fatti anche con gas, assaltò l’altopiano dove il Ras non si aspettava ed il 15 febbraio ebbe definitivamente ragione delle forze nemiche, che si sfaldarono ed andarono in ritirata e che continuarono ad essere bombardate per i quattro giorni successivi, con lo scopo di infliggere più danni possibili per scongiurare l’ipotesi di un successivo raggruppamento volto a sbarrare la strada per Addis Abeba.

Il bilancio fu di 800 morti per le truppe di Badoglio: 36 ufficiali, 621 nazionali e 143 indigeni. Gli etiopi persero invece circa 20.000 uomini, tra morti e feriti. La battaglia fu caratterizzata da grande caos; gli italiani, affiancati da truppe indigene nemiche del negus, videro, durante gli scontri, una parte di esse rivoltarsi loro contro e cambiare fronte, alleandosi con gli etiopi, per poi nuovamente tornare dalla loro parte. I soldati rimasero impressionati da questa situazione, tant’è che, tornati in patri, di fronte a una situazione disordinata e caotica, iniziarono a definirla: «Come ad Amba Aradam», oppure «È un Amba Aradam!». La diffusione dell’espressione nella lingua parlata fece il resto nella modifica del termine.

Un’espressione simile è: «Fare un quarantotto», oppure «È un quarantotto!». Il riferimento è ai moti rivoluzionari che nel 1848 rivoltarono tutta l’Europa.

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