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Piet Mondrian e la scomposizione della realtà.

Perché è più facile definire “bella” un’opera d’arte figurativa piuttosto che una performance, o una scultura di arte contemporanea? Perché quest’ultima viene dai più screditata e annichilita con la frase: ”Beh, questo potevo farlo anche io”? Cosa le manca per passare l’inflessibile censura di un pubblico non così avvezzo all’arte ma che nel contempo non stia in una cornice ottocentesca?Difficile rispondere.                                                                                                                                                                                                                                                                                    Forse occorre partire, per intravedere una risposta, dalle origini di quell’arte così inafferrabile e concettuale che riempie le sale dei musei contemporanei. Dando uno sguardo al passato troviamo la scuola del Bauhaus con Piet Mondrian, artista olandese che nel 1917 dà origine al movimento del de Stijl, o Neoplasticismo. Il periodo è fondante e crea nell'artista nel periodo l'esigenza di evadere dalla cruda realtà cercando di interpretarla in un modo nuovo. Ciò genera uno shock, una rivoluzione, un cambiamento radicale che ha irrimediabilmente finito coll’influenzare tutta la cultura ad esso successiva.Si comincia a dubitare della veridicità di una rappresentazione che si limiti a emulare ciò che ha davanti, i vecchi schemi delle Ecoles des beaux arts non bastano più.Nell'opera di Mondrian vediamo il trionfo della geometria, della linea, del colore primario, di una retta che si incontra ortogonalmente con piani, forme, universi a noi parallele e forse alieni ad un primo sguardo. Ed è esattamente come lui vede il mondo.Le sue numerose “Compositions” sono la definizione più chiara del movimento neoplastico: troviamo geometria, lontananza da una qualsiasi rappresentazione figurativa, colore puro, primario, linee rette e la geometria come sostrato. Per Mondrian infatti l’opera d’arte è il mezzo mediante il quale l’artista, come una sorta di semidio nietschiano, è in grado di comunicare al suo universale pubblico il messaggio di verità che si cela dietro ogni realtà che solo lui è in grado di intendere. L’artista è in grado di vedere con sguardo puro la realtà, ne scorge l’ordine perfetto e geometrico che la governa; come conseguenza di questa folgorante epifania, sente necessità di comunicare questo al mondo. L'arte è un messaggio, puro e lineare, geometrico e primario,ortogonale e radicale, senza ammissione di sfumature. Poiché solo attraverso uno sguardo puro e un mezzo altrettanto puro è a noi possibile recepire e comprendere l’ordine universale, che ha lo stesso ritmo di un'opera d'arte. Ma cosa differenzia veramente la visione di un artista figurativo e quella di un artista moderno come Mondrian? In sé il soggetto che entrambi vedono è il medesimo, ma vi è un’elaborazione, una percezione plastica differente. Il primo è prigioniero della griglia della forma, dettata da dogmi scolastici e obsoleti: vede il soggetto chiuso nei suoi contorni dai quali non è in grado di uscire, il secondo ha un'esperienza che risulta più personale e universale, libera la mente di chi guarda, le dà la possibilità di andare oltre, sempre. Mondrian comprende che non si possono rappresentare con immagini statiche i soggetti nel loro continuo mutare senza sfociale nella parzialità, dunque astrae la realtà nella sua manifestazione superficiale e la sintetizza in linee e colori puri. Egli vuole avere una visione universale e non più soggettiva, perché crede che il compito dell’artista sia percepire un’immagine esatta di quello che vediamo, la quale non corrisponde in alcun modo con contorni e visioni statiche, ma con pluralità di linee ortogonali e colori puri.Da principio rappresenta figure o elementi naturali ma questa esigenza di rappresentare l'Ordine nella sua essenza e non nella sua manifestazione superficiale.

Senza l'esperienza del neoplasticismo, che annovera anche Oud, van Doesburg e non pochi personaggi del mondo dell'architettura, non saremmo in grado di dare una possibilità all'arte che: “Questa la potevo fare anche io”. Non è tanto ciò che c'è, bensì quello che non c'è, quello che ho davanti suscita nella mia mente, quello che libera,che ci regala.È sempre da qualcosa di minimale, che la nostra mente è in grado di creare qualcosa di più. Piuttosto che cadere nel “bello” e “brutto”, cadiamo in “mi suscita qualcosa” e “non mi suscita qualcosa”, “ha un intento” e “non ha un intento, è fine a se stesso, non mi può dare nulla più di quello che vedo”.Dietro i quadrati colorati di mondrian, troviamo un altissimo pensiero. Perchè non credere che un pensiero altrettanto alto si possa celare dietro un'opera che:“Potevo fare anche io”?

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