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Ravo Mattoni: il pittore con le bombolette

Un po’ writer e un po’ pittore. Classe 1981, lombardo di Morazzone, Andrea Ravo Mattoni fa del muro la sua tela, delle semplici bombolette i suoi pennelli. E il risultato è qualcosa di unico, capace di avvicinare anche i meno sensibili all’arte aprendoli al classicismo. Le sue opere sono in strada, o nei parcheggi di Parking Go. A Varese, Malpensa, Sardegna, Sicilia e Angera.

Da dove vieni e da dove nasce la tua passione per l’arte? “Provengo da una famiglia di artisti: mio nonno paterno, Italo Giovanni Mattoni, era un illustratore e pittore come mio zio Alberto. Mio padre era un artista, illustratore e grafico, aveva lo studio in casa e si occupava di arte comportamentale e concettuale.  Questo mi ha permesso di crescere in mezzo all’arte, ho iniziato a disegnare sin da piccolo per imitazione”.

Quali sono stati i tuoi studi? “Negli anni novanta mi sono avvicinato al mondo dei graffiti, intanto completavo gli studi artistici. Ho frequentato il corso di pittura dell’Accademia di Belle Arti di Brera, ho abbandonato lo spray per concentrarmi sulla ricerca pittorica. Ciò mi ha permesso di riavvicinarmi a quel mondo con una coscienza diversa”.

Nelle tue opere hai raffigurato quadri di Caravaggio, come mai questa scelta?  “Le mie scelte si basano sul territorio: il Caravaggio è tra gli artisti più importanti e sentiti nel panorama lombardo, dove si formò per poi fuggire in Sicilia. Ogni mia opera ha una correlazione con il luogo in cui viene realizzata”.

Quindi qual è il messaggio che vuoi trasmettere? “Prima di intraprendere questa strada sentivo la necessità di confrontarmi con le grandi opere classiche attraverso l’utilizzo della bomboletta, questo ha dato vita al mio progetto ‘recupero del classicismo nel contemporaneo’. Volevo cioè creare un’arte pubblica, accessibile a tutti, realizzando una pinacoteca a cielo aperto per avvicinare la gente comune all’arte classica. Non tutti hanno avuto la fortuna di studiare autori come Caravaggio perciò le mie rappresentazioni devono essere un mezzo per avvicinare le persone al tesoro dell’arte italiana. Se avessi scelto una tela sarebbe stata meno visibile e meno accessibile perché implica un luogo chiuso, come una galleria d’arte. La mia idea, appunto, è quella di creare un museo, una pinacoteca a cielo aperto durevole nel tempo”.

Cosa ne pensi delle nuove generazioni, credi che il tuo lavoro possa riavvicinare i giovani a questo mondo? “Si, sicuramente la mia arte è un ponte generazionale perché da una parte c’è l’utilizzo contemporaneo della bomboletta e dall’altra il recupero dell’opera classica. Trovo sia molto importante educare i giovani alla riscoperta del bello, soprattutto in un mondo fatto di frenesie”.

Ti senti compreso nella categoria “writer”? “Non più, nonostante abbia iniziato da ragazzino facendo graffiti, ora mi reputo un pittore che usa la bomboletta come l’olio o qualsiasi altra cosa per realizzare la mia arte”. 

Hai portato in strada il classico. Non ti senti creatore di una nuova corrente artistica? “Mi sento sicuramente portatore sano di nuova bellezza, mi piace definirmi come un direttore d’orchestra che presenta l’arte classica in maniera nuova in luoghi inaspettati riportandoli in vita”.

Le prossime opere? Ti vedremo all’estero? “Ho parecchie richieste per le prossime realizzazioni, normalmente riesco a realizzarne una ventina all’anno. Le prossime tappe includeranno anche l’estero oltre che nuovamente Varese, dove riproporrò un pittore dell’epoca barocca, Morazzone che proviene appunto dall’omonimo paese del Varesotto. L’idea è di spostarci un po’ ovunque per creare le nostre sale della pinacoteca a cielo aperto”.

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Veronica Perazzolo

Un'artistoide dall'indole nomade . Non amo la caoticità della città, vivrei perennemente a piedi scalzi, con la biografia di qualche veterano della " summer of love" e Neil Young in sottofondo. Non amo calpestare lo stesso suolo troppo a lungo. Filosofa a tempo perso e cantante soul a tempo.. indeterminato. Vivo tra l'Italia e l'Australia da cinque anni, sempre alla ricerca di quelle " Good Vibes" tra concerti, festival e amicizie singolari. Sono sempre più convinta di essere nata nell'epoca sbagliata. Gli anni 70 avrebbero fatto più al caso mio.

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