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Si riaccendono le luci su Srebrenica

“Durante quel giorno io stavo guardando una puntata dei Simpson alla Tv in soggiorno. Ad un certo punto hanno interrotto le trasmissioni per mandare le proteste della gente fuori dal parlamento e le immagini dei primi morti, la guerra per me è iniziata così, con una puntata dei Simpson che si è interrotta”. Zoran Herceg (tratto dal film-documentario “La guerra non ci sarà”).

Vent'anni. Due decenni ci separano dal genocidio più terribile della storia europea dai tempi della seconda guerra mondiale. Vale la pena fermarsi a riflettere su come, nel cuore dell'Europa e davanti ai nostri occhi, sia potuto accadere tutto questo.

L'11 luglio c'è stata la marcia per ricordare le vittime. Ancora una volta, per un brevissimo lasso di tempo, tutti i riflettori del mondo sono stati puntati sulla cittadina. Il premier serbo Aleksandar Vucic, si è recato sul posto, per inchinarsi dinnanzi alle vittime di un crimine che si rifiuta di chiamare genocidio.

E questo ai bosgnacchi non è andato giù: urla, insulti e poi anche qualche sassaiola e il premier costretto a scappare. Vucic paga la “brillante” sparata “Per ogni serbo, 100 musulmani uccisi", che usava pronunciare quando era ministro del governo presieduto da Milosevic durante la guerra.

La questione genocidio tiene banco ancora oggi, la Russia pochi giorni fa ha posto il veto alle nazioni unite, ufficialmente non si potrà chiamarlo con questo nome.

8372 persone, tutti maschi, uccisi per motivi religiosi. La maggioranza di loro furono raccolti e concentrati a Potocari. Gli altri, quelli che non si fecero prendere, inseguiti nei boschi, come fa il gatto con il topo, mentre cercavano di scappare a Tuzla. Tra loro anche vecchi e ragazzini, innocui e denutriti da 4 anni di isolamento dal mondo, assediati dai paramilitari che li bombardavano dalle montagne.

I corpi poi vennero nascosti sottoterra, sparpagliati in tutta la zona in modo da essere quasi impossibili da trovare. Ancora oggi non tutti i cadaveri sono stati trovati.

Non dimenticare non significa portare rancore, Srebrenica per quanto terribile, non fu che l'ultimo scellerato atto di un inutile massacro che iniziò tempo prima e che coinvolse tutte le forze in gioco.

Probabilmente un tentativo di vendetta quando ormai tutti sapevano che la guerra sarebbe finita presto. Ma la morte di 8372 civili non può giustificare neanche la morte di un solo civile della parte opposta.

Ecco perché sarebbe opportuno chiedersi invece come mai, ancora una volta, l'uomo sia riuscito a farsi de-umanizzare dalla guerra e programmare a tavolino una simile operazione, aldilà delle fazioni coinvolte.

Il problema principale però è Srebrenica oggi, una città che dopo essere stata messa in ginocchio dalla guerra non è più riuscita ad alzarsi. C'è la pace, è vero, ma manca tutto il resto. Le aziende, le poche che sono state messe in piedi, falliscono rapidamente; i finanziamenti occidentali vengono accaparrati da qualche faccendiere e fatti sparire nel nulla, niente lavoro e poche, pochissime speranze nel futuro. I giovani scappano, qualcuno va a Sarajevo ma lì la situazione non è molto meglio, allora molti sognano di uscire dalla Bosnia.

La convivenza tra musulmani e serbi praticamente non esiste, non si va oltre i “buongiorno” quando ci si incontra per la strada. La città dopo la guerra si è divisa, i bosgnacchi stanno sulla collina e i serbi nella valle.

Ora, per l'ennesima volta, i flash delle macchine fotografiche e le luci delle telecamere si  sono spenti. E' tornato il buio a Srebrenica. Non quello terribile del coprifuoco per scampare alle bombe, ma quello, forse peggiore, di aver visto spegnersi la speranza.

Non dimentichiamoci del passato, servirà per non sbagliare di nuovo. Non dimentichiamoci del presente, questa gente è disperata e dall'altra parte ci siamo già voltati 20 anni fa.

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Alessandro Camagni

Laureando in Scienze internazionali ed istituzioni europee. Inguaribile curioso con un erasmus alle spalle e tanti progetti davanti a lui. Vive sospeso tra sogno e realtà: ama il confronto tra culture, i libri di Ken Follett e Tiziano Terzani, l'alba a Venezia, viaggiare in treno, i tramonti sul lago di Como, la polenta e i canestri in semi-gancio. Odia il conformismo, gli scontri generazionali, il caffè solubile, i saluti di rito e il fatto che non esista più la Coppa delle Coppe.

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