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Sono stato al concerto di una (mia) leggenda vivente

Bologna – Cosa ci faccio alle 21.47 di un lunedì di novembre sprofondato nella seggiola di un teatro bolognese? Niente di sconveniente, non è lirica, non è opera. Aspetto l'uscita  in scena di Thurston Moore, e se non sapete chi sia SHAME ON YOU. Spero che almeno Sonic Youth vi dica qualcosa, in tal caso vi perdono, peccatori. Pallido e allampanato, con la faccia di uno capitato lì quasi per caso, il nostro si presenta sul palco  accompagnato da una band di supporto che definirei eufemisticamente piuttosto discreta: Steve Shelley, come lui superstite della gioventù sonica, alla batteria, Debby Googe, gentilmente prestata dai My Bloody Valentine, al basso, e James Sedwards dei Nought a dividersi con Moore i compiti alla chitarra. L'inizio è esattamente come te lo aspetteresti da un figlio della no wave: timidi arpeggi vanno a gonfiarsi in un crescendo di rimandi noise quasi cacofonici, supportati da un ricorso compiaciuto a riverbero e delay, per poi sfociare in “Forevermore”, prima vera traccia della serata. Traccia è però un termine riduttivo, questa è piuttosto una cavalcata, costruita su un riff ossessivo e monolitico, con la voce sgraziata e graffiante del nostro ad intervenire periodicamente, ribadendo fino allo spasmo il concetto di fondo che “That's why I want you forevermore”. Secondo brano è “Speak to the Wild”, animato da un incedere altrettanto ossessivo ma meno cupo. È la voce per una volta, più che le chitarre, ad assumere il ruolo di protagonista: sofferta, segnata dal passare degli anni, la timbrica del nostro è ancora capace di ammaliare e trascinare. Qua e là, a fare da intermezzo, la tendenza al rumorismo emerge per travolgere tutto ciò che incontra, per poi riconfluire nel tracciato principale del pezzo in scaletta. Il duo composto da “Germs burn” e “Detonation” costituisce il momento più nerboruto e debordante della serata: le chitarre corrono a briglia sciolta, Shelley violenta la sua batteria in modo selvaggio. Il pubblico non ha ripari: questa è musica tanto travolgente quanto cerebrale, destabilizzante, ti verrebbe voglia di saltare e di urlare, ma allo stesso tempo ti toglie le energie. Peraltro, anche volendo saltare e urlare non si potrebbe giacché si è in un teatro e l'etichetta impone morigeratezza. Per inciso, parliamone: chiudere Thurston Moore in un teatro dovrebbe essere considerato un atto penalmente perseguibile in ogni parte del globo. C'è troppa energia, non si può chiedere al pubblico di contenere il proprio entusiasmo all'interno dei cinquanta centimetri quadrati della sua poltroncina. Viene il momento di “The Best Day”, traccia simbolo del nuovo album. È un brano giocoso, quasi un divertisment, in cui riff à la Sonic Youth si alternano a schitarrate quasi country, in un misto di generi che rende perfettamente l'idea di quanto quest'ultima versione del nostro sia un ponte tra l'integralismo noise del suo glorioso passato e nuovi orizzonti e contaminazioni musicali. Dopo la strumentale Grace Lake, il gruppo saluta per la prima volta la platea, per poi riuscire sul palco per un duplice encore, nel quale Moore rispolvera due apprezzatissimi brani dal suo pregresso repertorio solista, ossia “Pretty bad” e “Ono Soul”. Assieme alle ultime note di questa, sfuma anche la serata. Guardo Lara che era con me al concerto: lei sorride, anzi, ride proprio. È felice, quindi grosso concerto deduco. E se è soddisfatta lei che di musica ne capisce, come posso non essere soddisfatto io che sono l'ultimo degli stronzi? Infatti sono molto soddisfatto.
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Davide

Università degli Studi di Bologna. Se son d’umore nero allora scrivo.

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Via https://www.forbes.com