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Storia di un universitario e della sua piantina di caffè

Faceva freddo, molto freddo. Era il quattro di novembre e la pioggia cadeva ininterrottamente ormai da tre giorni. Ero di pessimo umore: il grigio mi indispone, e poi Bologna con il brutto tempo si trasforma, diventa infinitamente più brutta e triste. A fine giornata, tornando in autobus da lezione,  notai per la prima volta da quando ero in città un piccolo e grazioso negozio di piante e fiori, alla fine di via Andrea Costa. Immediatamente il mio pensiero corse alla mia camera, ancora così tremendamente bianca e spoglia, e al fatto che un fiore sarebbe stato un bel modo per iniziare a riempirla, per portare un po' di colore. Il giorno seguente ripassai davanti al negozio. Ricordo che era finalmente tornato il sole, così dopo pranzo uscii per una passeggiata. Arrivai fino allo stadio e mi fermai per una manciata di minuti ad osservare la vetrina dell'esercizio e quel poco che si vedeva dell'interno. Più guardavo quella miriade di foglie, fiori, fusti, spine e più mi veniva voglia di possederne uno. Quello che volevo era qualcosa di vivo nella mia camera, pianta o fiore che fosse. Così iniziai a fare qualche conto: novembre era appena iniziato, ottobre era stato molto dispendioso e dunque dovevo stare attento a non spendere troppo. Era poi necessario valutare anche le dimensioni di ciò che stavo andando ad introdurmi in camera. Avevo dunque bisogno di qualcosa di bello ma piccolo. Indugiai anche questa volta sull'ingresso, per poco però, giacché individuai quasi subito in vetrina l'oggetto dei miei desideri: una piccola, verdissima piantina di caffè. In sé la pianta non era nulla di che, ma a renderla particolarmente graziosa era il fatto di essere stata posta in una grande tazza da caffè marrone e bianca che le faceva da vaso. Non volli considerare altre opzioni, avevo scelto. Mi feci spiegare dal fioraio quale fosse il tipo di luce di cui necessitava e di quanta acqua avesse bisogno, pagai, e tornai a casa entusiasta. Ero davvero felice del mio acquisto, la mia camera grazie a quella piccola pianta aveva subito assunto tutto un altro aspetto. Il giorno seguente notai che la terra nel vaso era un pochino secca, così la bagnai, come mi era stato consigliato, immergendo la pianta in una bacinella d'acqua fino all'orlo del vaso. Fu strano, mi sembrò di stare annegando la mia nuova amica. Mi rimase la sensazione che affogarla non fosse esattamente il modo giusto per prendermene cura, ma questo era quello che il fiorista mi aveva suggerito di fare. Nei giorni successivi, fui assai confortato dal fatto che la pianta non mostrasse particolari segni di sofferenza. Ne dedussi che l'avevo bagnata correttamente, e da allora ho sempre fatto così. Metodo che, tra parentesi, ha reso completamente inutile l'acquisto, contestuale alla piantina, di un grazioso quanto ridicolo mini-innaffiatoio azzurro in latta. Da allora a questa parte, la mia piantina mi ha assistito in modo più che egregio, al mero costo di un po' di acqua ogni quindici giorni e di uno spicchio d'aglio ogni tanto per scacciare i pidocchi. In cambio, lei mi ha dato ossigeno e compagnia, e il suo verde intenso mi ha spesso infuso serenità e buonumore. Prima che ve lo chiediate, non parlo con le piante, non sono vegano, non ho particolari turbe psichiche. Quello che vi voglio dare è solo un piccolo consiglio: studenti, fatevi una piantina.
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Davide

Università degli Studi di Bologna. Se son d’umore nero allora scrivo.

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