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Tra pavé e foreste: eccovi le corse nordiche

L'aspro Nord imbalsamato dall'inverno e risvegliato dalla primavera è lo scenario delle grandi classiche del ciclismo. L'inferno del nord piastrellato di pavé è una sinfonia gloriosa e terribile: se va bene alla Parigi-Roubaix arrivi sfinito al velodromo di Roubaix e ti getti nel prato, sdraiato, perché non senti più le gambe, se va bene al Giro delle Fiandre i muri, Kwaremont, Paterberg e Koppenberg, sono l'antecedente del pianto liberatorio e glorioso a braccia levate al cielo ma se va male è la passerella del dolore. Quelle pietre maledette al contatto con le ruote fanno vibrare tutta bici, insistentemente, senza tregua, puoi sempre stare nello stretto rivolo tra la strada e il campo ma rischi di scivolare e allora affronti il gioco del pavé. Magari sei caduto e ad ogni vibrazione le botte sul corpo tuonano a espandere la sofferenza, un calvario martellante. Ogni domenica di primavera tra aprile e maggio porta il vessillo nordico: Giro delle Fiandre (nato nel 1913), Gand Wevelgem (nata nel 1934), Parigi Roubaix (che nata nel 1896 ha già attraversato due secoli) e poi il trittico delle Ardenne con Amstel Gold Race, Freccia Vallone, il mercoledì, e Liegi Bastogne Liegi. Per temprare i muscoli e la testa: quietare il dolore e la stanchezza del corpo cercando di ingannare il cervello, pensando che il traguardo è lì vicino anche se magari mancano ancora cento chilometri, ma se ne hai già fatti centocinquanta sono comunque pochi, sono comunque meno. Autoconvincersi e restituire i pugni presi dalle pietre, dai muri, dalle strettoie, sfogando la rabbia per portare la bici al traguardo e all'onore anche se sei ultimo, anche se hai venti minuti di ritardo. Sei arrivato, hai concluso quello che avevi iniziato, sei una maschera di fatica e di fango ma non ti sei fermato, non sei salito in ammiraglia. Chi conosce bene i percorsi della Campagna del Nord racconta che le pietre dei diversi settori nelle varie gare sono diversi, hanno rotondità differenti, risuonano diversamente quando le biciclette li attraversano. Il compianto commissario tecnico della nazionale italiana di ciclismo Franco Ballerini lo sapeva bene, lui che la Parigi-Roubaix la vinse nel 1995 e nel 1998 e ancora oggi per ricordarlo si sfoderano quelle foto a Roubaix trionfante. Corse dal sapore antico quelle nordiche: come le strade non asfaltate, come i chilometraggi che rimembrano il ciclismo di altri tempi per la loro consistenza in termini numerici (duecentocinquanta, a volte quasi trecento chilometri a corsa in un ciclismo che si aggira intorno ai centottanta, duecento a tappa), come le imprese. Corse che possono segnarti una stagione, nel bene o nel male ma anche una carriera come successe lo scorso anno a Mathew Hayman, classe 1978,  che in quel giro finale al velodromo ha disegnato la sua favola bella dopo anni di sacrifici sulla canna di quella bici. Un viaggio tra Francia e Belgio per conoscere i segreti del pavé, dei muri, della foresta di Arenberg...

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