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Trovare lavoro al tempo dei social network, occhio alla web reputation

Uno dei principali motivi di diatriba sulle prospettive e sull'utilità di internet riguarda la sua effettiva efficacia come mezzo per trovare un lavoro. Ebbene, è venuto anche per noi di University.it il momento di dare un contributo a questo dibattito, non con le opinioni ma con i dati.

E appunto, partiamo dai dati: nel 2015 l'80% delle persone a caccia di un impiego ha utilizzato internet nella propria ricerca, ed il 64% dei recruiter afferma di aver usato la rete per assumere nuovi lavoratori. Questi numeri così eclatanti non piovono di certo dalle nuvole, ma sono frutto dell'indagine “Work Trends Study” di Adecco, azienda leader nel settore del collocamento lavorativo e della gestione delle risorse umane.

Come di consueto dal 2012 a questa parte, la società svizzera ha pubblicato i risultati della suddetta indagine, che ha coinvolto 2742 candidati e 143 recruiter ed ha permesso di fotografare alcuni dei tratti e i trend più significativi che animano attualmente il mercato del lavoro. I dati raccolti mostrano come nel settore del reclutamento del personale siano coinvolte in modo sempre più consistente le tecnologie digitali ed i social network.

Questa ricerca ci aiuta notevolmente a mettere un po' di chiarezza su questo argomento, e le risposte fornite dallo studio attestano quanto l'efficacia di questi strumenti sia in forte ascesa: a trovare lavoro grazie ai social network è oggi l'8,4% dei candidati, con un aumento percentuale dell'1,4 rispetto al 2014. Numeri davvero consistenti, che una volta scorporati mostrano come, oltre a LinkedIn, leader assoluto nel campo, inizino ad avere una certa rilevanza anche altri social come Facebook, in deciso miglioramento.

Questa rivoluzione in atto vede protagonisti non solo i giovani, ma anche i middle/senior manager. Ed è questa una delle caratteristiche più evidenti e connotanti del fenomeno oggetto di studio: su internet si trova lavoro, ma non un lavoro generico, di qualsiasi tipo, bensì occupazioni specializzate, che richiedono conoscenze e skills di livello medio-alto; al contrario, lo spazio per gli impieghi più modesti è ad oggi piuttosto ridotto.

È poi di assoluto rilievo il fatto che la web reputation stia diventando sempre più importante: è aumentato infatti del 10%, salendo al 35% rispetto al 25,5% del 2014, il numero di recruiter che dichiarano di aver escluso potenziali candidati dalla selezione in seguito alla pubblicazione di contenuti o foto sui profili social. Questo impone soprattutto a noi giovani, se non vogliamo rientrare in quel 35%, di riflettere attentamente sull'uso che facciamo dei social: l'immagine che proiettano di noi le nostre foto, i nostri stati, le cose che condividiamo, e persino i nostri amici è un elemento chiave per il successo della nostra ricerca di impiego.

Per concludere, riportiamo quanto dichiarato dall'a.d. di Adecco Itala Andrea Malacrida a commento dei dati: “I risultati dell’indagine dimostrano come le aziende, dopo un’adozione progressiva del digitale ai fini del recruiting, stiano oggi sfruttando i social e professional network con obiettivi fortemente strategici e con una previsione di investimento futuro. La maturata consapevolezza delle potenzialità di questi strumenti digitali porta recruiter e candidati a incontrarsi su un ulteriore terreno comune”.

Dunque, pensando al futuro, la prospettiva è quella di una decisa semplificazione delle modalità di ricerca del posto di lavoro, caratterizzata da sempre meno carte e lunghe file agli sportelli e sempre più spazio per il web. Noi giovani dobbiamo essere consapevoli del cambiamento in atto, e il primo step non può essere che quello di prestare maggiore attenzione all'immagine che internet proietta di noi: nell'era digitale, la nostra rappresentazione social non va mai presa semplicemente come un gioco o uno svago, ma va curata con attenzione per evitare di gettare un indesiderato cono d'ombra innanzitutto sulla nostra persona e secondariamente sulla nostra appetibilità in ambito lavorativo.

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Davide

Università degli Studi di Bologna. Se son d’umore nero allora scrivo.

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