Ti trovi qui: / / Un tesoro di sprechi sulle nostre tavole

Un tesoro di sprechi sulle nostre tavole

Che cosa si prova ad avere enorme un tesoro tra le mani, salvo poi scialaquarlo impunemente? E' a questa scottante domanda che provano a rispondere Andrea Segrè, presidente della Fondazione Last Minute Market ed ex preside della facoltà di Agraria di Bologna, e Simone Arminio, giornalista economico esperto di temi legati all'ambiente ed agroalimentare.

Il tesoro è ovviamente il cibo che quotidianamente consumiamo.

Il quadro in Italia non rassicura: mensilmente finisce nel cestino 1 kg di cibo a famiglia (e i 40€ spesi per acquistarlo), il che in un anno a livello nazionale ammonta alla colossale cifra di 8,7 miliardi di €, e in cui quasi il sessanta degli intervistati ritiene marginale il peso dello spreco alimentare. Non male si potrebbe dire.

Va detto che a livello internazionale la faccenda non migliora: ogni anno si buttano 1 miliardo e 300 milioni di t di cibo perfettamente consumabile (il cui valore corrisponde pressapoco al Pil svizzero), e lo spreco alimentare è il terzo produttore mondiale di CO2  dopo il gigante Cindia. E tutto ciò di fronte a 860 milioni denutriti e oltre un miliardo di obesi.

C'è spreco e spreco però.

Innanzitutto i due autori, ben addentro al settore, mostrano come in generale le dinamiche del consumo si siano profondamente modificate, senza andare troppi indietro nel tempo, anche solo negli ultimi 25 anni: l'affermazione della grande distribuzione organizzata (GDO) e del private label, il ”maggior contenuto tecnologico” incorporato nel cibo, l'allungamento di quasi tutte le filiere pone la società, e il consumatore come attore primario, di fronte a sfide sconosciute, e davanti a cui siam ben poco preparati. Basta guardare le nostre tavole e soprattutto i nostri frigoriferi per cui sarebbe appropriato l'orrorifico consiglio di “Non aprite quella porta”. Infatti il 42% dello spreco avviene tra le mura delle nostre placide case, a fronte di perdite in campo e nella distribuzione complessivamente inferiori al 4%.

Certamente alla base di questi dati ci sono atteggiamenti consolidati, a cui non si presta la sufficiente attenzione, e non c'è laurea che tenga (lo “sprecone medio infatti ha meno di 26 anni e un titolo di studio pari o superiore al diploma di scuola superiore). Ad esempio solo poco più della metà degli intervistati dichiara di fare la “salvifica” lista della spesa.

E in questo Segre individua 5 tipologie tipo di consumatori con annessi sprechi: virtuosi (27%), attenti (27%), incorenti (26%), incuranti (11%), indifferenti (10%) e per ultimi gli impenitenti (4%).

Lo spreco poi non colpisce tutti gli alimenti allo stesso modo: intorno al 30% di uova, carne e latticini (le tanto “care” proteine animali), ma anche il 28% di pane e pasta e quasi il 20% dell'ortofrutta, il che nella patria della tanto decantata dieta mediterranea fa il rumore delle unghie sulla lavagna.

Certo le modalità di consumo (offerta costante e omogenea, collocazione e disposizioni dei prodotti da far invidia Von Klausewitz,  grandi carrelli da riempire, prezzi “rasoterra” sino al sospetto, negozi interni a ciclo continuo di pane e altro nei supermercati) contribuiscono allo spreco, unitamente, va ammesso, alla scarsa cultura alimentare dell'italiano medio, sedotto dai drivers di brand e prezzo, e alla difficoltà nel discriminare e definire la qualità al di là di qualche top o deluxe in bella vista.

La consapevolezza sta aumentando certo: la percentuale di intervistati che dichiarava di controllare la qualità del cibo post scadenza è aumentato di quasi 20 punti percentuali in pochi mesi.

 A questo punto nostri Sherlock Holmes nostrani a questo punto fedeli al loro arguto witz  “Alimentare, Watson!” stilano un moderno,semplice e sillogistico ma non scontato, e accuratissimo moderno decalogo laico contro lo spreco alimentare:

1) Non sprecare

2) Recupera

3) Azzera lo spreco dove possibile

4) Previenilo

5) “Mantieni” e rifiuta il rifiuto

6) Ricicla, riutilizza e recupera

7)”Fai circolare”

8)”Sostieni”

9)”Rinnova”, tre verbi che ci invitano a un'economia “circolare” e più sostenibile o meglio durable come dicono in Francia.

10)Valorizza il cibo, perché alla base dello spreco c'è il disvalore per quel che ci nutre.

Non mancano poi descrizioni di esempi positivi, a cui Segrè ha partecipato attivamente: la celebre esperienza di recupero in extremis di cibo in via di scadenza ma perfettamente commestibile col “Last Minute Market”  e la “rivitalizzazione” del Centro Agro Alimentare di Bologna (Caab).

A ciò si aggiunge una duplice riflessione chiara ma non scontata, presi come siamo dal vento delle tendenze e di opinion makers spesso poco preparati o di parte: da un alto la necessità di valorizzare le produzioni locali (km 0 o acquisto diretto) ove possibili, ma di non demonizzare le filiere e supermercati in toto, se queste hanno lunghezze ragionevoli e con accordi equi tra le parti, e dall'altro il fatto che occorre soprattutto imparare a riconoscere, apprezzare e consumare un cibo “medio”, non junk food, ma nemmeno l'alta gastronomia, o presunte specialità o “eccellenze” (spesso dall'origine enigmatica) di cui sarebbe impossibile nutrirsi tutti giorni.

E certamente non usciremo da questo cul de sac finché non conosceremo e osserveremo il problema criticamente, anche da una prospettiva storica di Politica ed Economia Agraria, senza vacui moralismi di sorta e ancor più facili mode da green washing, perché lo scandalo dello spreco alimentare è anche un'immensa perdita di risorse, lavoro, conoscenza e cultura.

Tutto ciò passa necessariamente attraverso un'opera informativa e di impegno individuale per un mondo meno sprecone, meno mangione, ma realmente più pago e felice. Buon lavoro e appetito a tutti!

Licenza Creative Commons
Condizioni d'uso e riproduzione

Digital Transformation in the Hospitality industry - Workshop

"From Keyless to Hotel & Vacation Rentals Automation"

Workshop - Digital transformation in the fashion industry

How to exploit DTC, the new paradigm in the retailing industry