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Università italiane, un sistema ancora vivo e parzialmente in salute

Qualsiasi attività che richieda un investimento necessita di una fase valutativa. Tale attività è tanto più imperativa quanto più gli investimenti e i risultati che si vanno a verificare sono ingenti.

Per funzionare in modo ottimale, uno Stato deve ricorrere ad un ampio novero di approfondite valutazioni, al fine di ricevere un feedback in merito alle politiche pubbliche intraprese e a programmare quelle future. Certamente questa attività ha un costo, ma molto più alto sarebbe il prezzo che la collettività si troverebbe a pagare a fronte di valutazioni approssimative, sbagliate o inesistenti.

Ciò premesso, veniamo ora all'argomento centrale, ossia le classifiche universitarie, che periodicamente tornano ad ammorbarci e su cui spesso abbiamo riflettuto. Poco importa che siano commissionate da enti pubblici o privati, o che abbiano ambizioni settoriali o generali: queste graduatorie tendono sempre a raccontarci la stessa storia, ossia quella di un sistema universitario, il nostro, che non riesce a tenere il passo con i colossi americani, britannici, elvetici, e che stenta anche nei confronti dei vicini atenei europei e delle sempre più rampanti università asiatiche.

Eppure la storia è un po' più complessa, e per rispondere veramente alla domanda su quale sia il vero stato dell'università italiana rispetto ai principali partner e concorrenti mondiali, occorrono delle riflessioni un po' più approfondite.

Innanzitutto, un confronto sui dati assoluti è sbagliato di per sé: come si può pretendere di confrontare università private che si sostengono grazie a un mix di ingenti finanziamenti pubblici e di rette universitarie a 5 cifre con gli atenei nostrani? La classifica ARWU, una delle più prestigiose graduatorie universitarie globali, ci dice che 30 delle migliori 40 università mondiali sono americane; tra le rimanenti, 4 sono britanniche, 2 canadesi, 2 giapponesi e 3 europee, rispettivamente una a testa per Svizzera, Francia e Danimarca.

I criteri con i quali queste classifiche sono abitualmente costruite tendono, come detto, ad analizzare i dati assoluti: ad esempio, la classifica ARWU tiene in massima considerazione i riconoscimenti internazionali vinti dagli alunni e dallo staff dei vari atenei, e parimenti il numero e il peso delle pubblicazioni scientifiche universitarie, mentre la resa pro capite, ossia il numero di premi vinti e pubblicazioni rilasciate a parità di staff accademico, valgono solo per il 10%.

è evidente come su queste basi non possa esserci confronto atenei pubblici, di dimensioni ridotte e con rette ben più esigue rispetto a quelle americane. Eppure scopriamo che, andando a razionalizzare i dati forniti da ARWU, le università italiane risultano essere molto più efficienti rispetto alle top 40 mondiali nel far fruttare i fondi di cui dispongono: se infatti dividiamo il valore delle operating expenses annue per i punti riconosciuti nella classifica ARWU possiamo vedere come i nostri atenei riescano a ottenere da ogni euro investito una resa ben più alta rispetto alla maggior parte dei grandi colossi internazionali.

Cosa ci suggerisce questo? Intanto che queste classifiche mentono, almeno in parte. I sistemi universitari anglosassoni offrono effettivamente a coloro che riescono ad accedervi possibilità superiori alla media, ma lo fanno da un lato mettendo a disposizione degli studenti una quantità di servizi ridondante, di cui in molti non usufruiscono appieno, dall'altro scaricando gli immensi costi di queste mastodontiche strutture sul governo, quindi sulla cittadinanza, e sugli studenti stessi, che per far parte di queste organizzazioni si trovano a dover pagare rette da capogiro. Peraltro, gli atenei che restano esclusi da questo circolo d'eccellenza offrono livelli d'istruzione davvero bassi, con il risultato che, al netto di alcuni picchi, la qualità media del sistema risulta modesta.

I nostri competitor in questo ambito non sono dunque gli americani, ma i nostri vicini dell'Europa continentale, dove come in Italia l'istruzione universitaria è tendenzialmente gestita a livello pubblico. Ebbene nei confronti di questi ultimi non possiamo dire di essere in una posizione così disastrosa. Certo molti paesi del nord Europa come Danimarca, Norvegia, Svezia e Olanda possono vantare eccellenze universitarie notevoli; ma se andiamo a confrontare i vari sistemi secondo il parametro della quantità e del peso della ricerca universitaria prodotta, vediamo come a livello assoluto l'Italia sia ottava al mondo, seconda in Europa solo a Germania e Francia, e con risultati, ad esempio, doppi rispetto all'Olanda e di 6 volte superiori a Norvegia e Danimarca.

Lungi da me sostenere che in Italia l'università sia un idillio: è palesemente sottofinanziata, si fonda spesso sulla bontà del lavoro dei singoli piuttosto che su una valida rete di sostegno, e avrebbe altresì bisogno di una profonda e seria riforma, tanto nella sua strutturazione quanto nella didattica.

Ciò che si voleva far emergere è il fatto che, al netto di quanto ci viene raccontato, il sistema è ancora vivo e parzialmente in salute. Unitamente dobbiamo essere consapevoli che non possiamo continuare a parlare delle università americane come se fossero l'obiettivo a cui ambire e un fulgido esempio di efficienza: hanno un costo, ed è un costo che noi non saremmo in grado di accollarci.

In Italia abbiamo da tempo deciso di perseguire una versione strana della cultura statunitense del “more”, che ci porta da un lato a stracciarci periodicamente le vesti per come il nostro paese sia posizionato nelle classifiche universitarie internazionali, dall'altro a ridurre i finanziamenti agli atenei e a spingere sul fantomatico concetto di efficienza, che spesso non è altro che un paravento utilizzato per mascherare ulteriori tagli. Posto che l'efficienza è sicuramente un obiettivo da perseguire, una migliore allocazione delle risorse è solo uno dei passi verso un sistema universitario migliore. Quello di cui però abbiamo assoluto bisogno e di maggiori investimenti, da ottenere non tramite un aumento della tassazione diretta o indiretta, che l'italiano medio non sarebbe né disposto né in molti casi in grado di sostenere, ma tramite una diversa allocazione delle risorse.

La domanda che ci dobbiamo porre è: se riusciamo a produrre risultati così soddisfacenti con un livello di investimenti così basso, cosa succederebbe se decidessimo di investire davvero nel nostro sistema universitario e quindi nel nostro futuro?

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Davide

Università degli Studi di Bologna. Se son d’umore nero allora scrivo.

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