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Università, la questione meridionale si riapre sul fronte degli atenei

Finanziamenti agli atenei virtuosi, competizione serrata e quote premiali. I falsi miti che accentueranno il divario tra atenei di nord e sud

Si apre nuovamente la questione meridionale, questa volta in ambito universitario. Da anni il mondo accademico richiede maggiori finanziamenti per garantire un’offerta formativa di qualità e potenziare le proprie attività, ricerca in primis.
Ultimamente per rispondere a queste esigenze, politici ed esponenti del Miur utilizzano sempre più spesso termini come: valutazione, merito, competizione e aumento della quota premiale di finanziamento.

Un mantra che a seguito delle riforme accademiche, ha visto gli atenei di tutta Italia trasformarsi in soggetti para-privati con lo scopo di ‘competere’ sul mercato. Una visione aziendalista che fa seguito a quelle adottate nel campo della salute pubblica dove le vecchie “Usl” sono state soppiantate dalle “Asl” Aziende sanitarie locali. Tutto questo con lo scopo, talvolta presunto, di migliorare l’efficienza, diminuire gli sprechi e aumentare le prestazioni diminuendo gli oneri per lo stato.

Questa filosofia ha portato a una vera e propria competizione serrata tra atenei che hanno condizioni interne e oneri di funzionamento completamente diversi. Pensate ad esempio alla lotta impari tra un ateneo come Roma 3 e uno come Tor Vergata gravato dagli oneri e la complessità di mantenimento un policlinico Universitario.

Ma analizziamo alcuni dei termini ricorrenti a cui facevamo riferimento in precedenza:

Valutazione

Un mito che dalla riforma Gelmini che si è tradotto in meccanismi molto complessi di autovalutazione che spingono molto spesso le università, ad occultare le cattive prestazioni e raccontare realtà alternative per non perdere i preziosi fondi ministeriali, che insieme ai contributi versati dalla base studentesca rappresentano il grosso delle entrate dei bilanci di un ateneo.

La questione meridionale

Diritto allo studio, ricerca, finanziamento ordinario agli atenei, tutti attori che ogni anno prendono parte allo stesso film. I principi costituzionali che regolano l’ordinamento universitario sono atti a garantire uguali possibilità agli studenti indipendentemente dalle loro capacità contributive. Tuttavia oggi si sta palesando uno scenario differente in cui la competizione per accaparrarsi fondi sta aumentando esponenzialmente il divario già esistente tra certe zone del paese. Le Università specialmente per il sud costituiscono un volano fondamentale di crescita del capitale umano, di buone imprese e di buone amministrazioni. La politica deve intervenire a limare questo divario nel nostro paese senza usare la valutazione come ulteriore strumento punitivo.

Serie A e B

«I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradini più alti degli studi» Un obbligo costituzionale che cozza con lo scenario che si sta delineando in questi anni. Chi ha i soldi e la fortuna di vivere o di poter andare a vivere in certe città, frequenterà atenei di serie A. Così come presumibilmente di serie A saranno i percorsi professionali che queste persone faranno. Diversamene chi ha la sfortuna di non poter cambiare città e ateneo rimarrà irrimediabilmente condannato a percorsi professionali di secondo ordine, salvo qualche rara eccezione.

Una competizione serrata quella tra atenei che la Conferenza dei Rettori Italiani ha indirettamente criticato facendo riferimento al welfare studentesco che in Italia è inaccessibile alla stragrande maggioranza degli studenti. Forse basta già questo a relegare in serie B le aspirazioni di molti studenti. Uno scenario che stride molto con il concetto di merito, che andrebbe applicato come metro di giudizio a patto che ci siano uguali e diffuse condizioni di partenza.

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