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University Rankings: gli atenei italiani continuano a non brillare

Mese nuovo, nuova graduatoria: anche ad attività accademiche ormai iniziate, la stampa di settore non si ferma e spuntano come funghi classifiche su classifiche delle migliori università italiane e mondiali.

Negli ultimi giorni è stata pubblicata la Times Higher Education World University Rankings, prestigiosa classifica edita dal Times Higher Education (THE) Magazine, sulla quale vale la pena di soffermarsi, non fosse altro per il credito di cui gode in ambito accademico e non.

I risultati in realtà non si discostano dal copione che conosciamo e ci troviamo a commentare da anni: le prime dieci posizioni sono tutte occupate da università statunitensi e britanniche, con l'eccezione dell'università di Zurigo che si inserisce al nono posto.

Proseguendo, il primo ateneo in classifica estraneo al mondo anglosassone è l'università di Singapore al 26° posto. Da segnalare sono anche i buoni risultati colti da alcuni atenei europei, come lo svedese Karoliska Institute al 28° posto, o la tedesca università di Monaco e la belga università di Leuven, rispettivamente in 29° e al 35° piazza.

Come in molti altri casi, i dati relativi all'Italia sono agrodolci: se da un lato è confortante che ben 34 atenei nostrani siano ricompresi nel novero delle 800 migliori università mondiali, dall'altro stona la perdurante mancanza di eccellenze assolute, dato che l'università meglio piazzata risulta essere la Normale di Pisa al 112° posto.

Formazione, didattica, ricerca, pubblicazioni e citazioni, capacità di attrarre fondi, trasferimento tecnologico, internazionalizzazione: queste sono le aree di indagini funzionali alla redazione della classifica. E come al solito le aree su cui i nostri atenei sono maggiormente carenti sono ricerca e implementazione nella didattica delle nuove tecnologie.

In linea con quanto detto sono state anche le dichiarazioni di Phil Baty, editore della Times Higher Education World University Rankings, che si è così pronunciato sulla prestazione italiana: “It is good news for Italy that 34 of its institutions have made this prestigious list of the world’s top universities. [...] However research and development expenditure in the country was just 1.72 per cent of its GDP in 2012, when it was last measured, according to the World Bank. Italy will need to increase its investment in higher education if it is to catch up with its European neighbours of Germany, France and Switzerland, all of whom are stand-out performers in this year’s rankings.”. In parole povere: bene ma non benissimo, soprattutto se andiamo a raffrontare, come suggerito da Baty, i nostri risultati con le altissime posizioni in classifica raggiunte da alcuni atenei tedeschi, svizzeri e francesi.

La parola d'ordine dunque dovrebbe essere una sola: investire, investire, fortemente investire, per non vedere i nostri atenei sempre in rincorsa rispetto a quelli dei nostri vicini di casa. Investire in alta formazione non può più essere uno spot pubblicitario per rastrellare voti: il nostro sistema universitario è assolutamente sano e virtuoso, davvero bravissimo nel far rendere al massimo le esigue risorse che gli sono destinate, ma ha bisogno di maggiori fondi per poter competere coi i rivali di tutto il mondo. La buona scuola deve passare dall'essere solo uno slogan allo stato di vera  prima mission. Solo così potremo in futuro evitare di trovarci a fare analisi della sconfitta ogni volta che una graduatoria universitaria viene pubblicata.

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Davide

Università degli Studi di Bologna. Se son d’umore nero allora scrivo.

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