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Uno Stato fallito e un popolo prigioniero: il Venezuela di Maduro

Un tempo splendeva il sole in tutta la terra venezuelana. Ora, coperto dall’ingombrante presidente, c’è solo ombra in quello che era uno dei paesi più ricchi dell’America Latina. Il Venezuela vive da circa tre anni, dopo l'elezione del presidente Nicolás Maduro nel 2013, una crisi economica gravissima. L’inflazione è arrivata all’800 per cento e, secondo un’inchiesta realizzata da tre università venezuelane, l’81 per cento degli abitanti vive in povertà. Il 52 per cento della popolazione vive in povertà assoluta, il 93 per cento della popolazione non ha abbastanza denaro per comprare da mangiare e deve accontentarsi di due pasti al giorno. Ma più che le drammatiche percentuali, i volti della popolazione chiariscono ogni cosa. Alla crisi del pane, come una cascata inesorabile si è aggiunta la mancanza di farmaci: l’emergenza sanitaria, e umanitaria, è a livelli altissimi.

Non si può nemmeno più parlare di crisi. Bisogna parlare di catastrofe. Il principale fattore scatenante questa situazione di fallimento statale è l’attuale prezzo molto basso del petrolio a livello globale: il Venezuela è uno dei principali esportatori petroliferi al mondo e fatica a ottenere dalle vendite ricavi sufficienti per mantenere i conti in ordine. A causa dell’inflazione i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati notevolmente, tanto da spingere il governo a imporre il controllo dei prezzi nei negozi. E questo ha generato l’inevitabile ascesa del mercato nero, ormai vero padrone dei prezzi. 

Ma come si è arrivati a questa caduta? Con lo sviluppo di nuove tecnologie estrattive, che  hanno prodotto un aumento della produzione di petrolio, a cui però non è corrisposto un aumento della domanda, che è invece rimasta sostanzialmente stabile, dimezzando così il costo del greggio. E se lo Stato si fonda sulle riserve di petrolio e sulla sua esportazione, il risultato è scontato. Quello che non è scontato è l’usurpazione continua del governo e della Corte suprema, che ha concesso recentemente l’immunità a diversi parlamentari e ha rafforzato ulteriormente i poteri del governo dell’ormai più che definibile dittatore Nicolas Maduro. Grazie alla richiesta esplicita delle Nazioni Unite, la Corte è tornata sui suoi passi, annullando alcuni provvedimenti, ma senza allontanare totalmente lo spettro del colpo di stato giudiziario contro il parlamento, dove l’opposizione ha la maggioranza da oltre un anno.

Il caos divampa, le informazioni sono così scioccanti da sembrare assurde. E pensare che il popolo venezuelano nemmeno vent’anni fa viveva il sogno rivoluzionario. Da quando Hugo Chavez nel 98 proclamò la nuova era, quella della Quinta repubblica e della revolución bolivariana, di tempo ne è passato. E la popolazione è disillusa. Il socialismo, o meglio bolivarismo, ha sanato una grande ingiustizia economica e sociale attraverso la ridistribuzione delle terre, senza però curarsi dello sviluppo, degli investimenti e di progetti a lungo termine. Finchè l’oro nero è la primissima, e quasi unica, fonte di entrate, il sistema sarà precario. E così con la morte di Chavez e con l’economia affondata, lo Stato di Maduro non è più Stato.

È proprio la crisi economica, dunque, ad aver rappresentato il motore della contestazione. Senza una diversificazione a livello produttivo e soprattutto senza un cambio di rotta a livello governativo, lo Stato morirà. E la fotografia di una donna che blocca un mezzo blindato a Caracas ne sarà il più tragico epitaffio

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