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VITE SULL'ORLO

VITE SULL'ORLO

Analisi sulla parabola dei migranti: qual è il problema, cosa si può fare, cosa si è già fatto e perché.

 

Esistono storie di uomini che cominciano la propria vita avendo poco più del nulla, e neanche quello possono farsi bastare. Devono scappare da tutto ciò che conoscono, abbandonando l'instabile esordio della loro vita, ed avviandosi ad abbracciare un futuro, se possibile, ancora più incerto. Nascono senza sicurezze, partono senza un piano, ma lo fanno per amore dell'istinto che da sempre ha spinto l'essere umano a lottare ed aggrapparsi con tutte le sue forze alla vita.

Di questa tragica realtà si è parlato mercoledì 9 novembre nella sede centrale dell'università Statale di Milano, in cui si è tenuta una conferenza sullo scenario della migrazione in Europa.

L'incontro, che si è concentrato sulle situazioni attuali di Grecia ed Italia, è stato promosso ed organizzato dalla Scuola di specializzazione di Igiene e Medicina, e diversi sono stati gli ospiti che, tramite testimonianze personali, hanno condotto un'analisi della problematica.

Il primo ad intervenire è stato Kostas Moschochoritis, segretario generale di Intersos(un'organizzazione umanitaria italiana). La sua analisi si è incentrata sulla situazione greca, particolarmente preoccupante proprio perchè la crisi dei migranti si è aggiunta ad un contesto già instabile: dal 2009, infatti, la Grecia è alle prese con una dura crisi economica che ha causato conseguenze devastanti, tra cui l' aumento delle tasse, la crescita del divario tra popolazione ricca e povera e, soprattutto, la scarsa accessibilità al sistema sanitario.

In concomitanza a tutto ciò, la costruzione di muri “anti-migranti”, e l'accordo tra UE e Turchia dello scorso marzo,  hanno causato il sovraffollamento di migliaia di profughi che, in fuga dalla guerra sono arrivati sulle coste greche, e cercano ora di sopravvivere nei centinaia di campi per rifugiati disseminati sia sulle coste che nell'entroterra. Si tratta di spazi sempre troppo pieni rispetto alla loro effettiva capacità, mancanti anche solo dei servizi primari e soprattutto non adatti ad affrontare l'inverno ormai prossimo.   Moschochoritis conclude infine il suo intervento affermando che “Non c'è volontà di cambiamento nella mentalità greca ed europea in generale, ed è per questo che il programma di distribuzione dei migranti in vari paesi non funziona e non funzionerà”.

Il secondo ospite a prendere parola è stato Issa Zaidan, medico siriano che, dopo aver studiato in Italia, è tornato alle origini, lavorando sulla costa balcanica ed  aiutando molti rifugiati tra cui anche suoi connazionali siriani. Lui stesso ha affermato: “Prima erano il mio popolo, con cui ho vissuto per quarantacinque anni. Ora sono disperati.  Mi è stato chiesto di fare qualunque cosa potessi, perchè non c'erano molti altri medici come me, e  anche un piccolo aiuto era fondamentale”. La sua esperienza ha davvero fatto la differenza  soprattutto perchè, conoscendo la lingua delle persone cui prestava soccorso, Issa ha creato con i rifugiati siriani un'immediata empatia, ed una grande “speranza, nonostante tutta la fatica”, come racconta. “I profughi potevano parlare con il loro medico, si sentivano finalmente capiti”.

La sua, e quella degli altri volontari, è stata un'impresa piena di insidie, perchè la medicina praticata era diversa da quella classica. Si parla di tecniche improvvisate, interventi d'urgenza e manovre mai utilizzate prima. Una sfida continua, ma anche un'enorme soddisfazione.

In seguito Thea Scognamiglio, medico specializzando e volontario assieme a Issa Zaidan, ha spiegato alcune delle dinamiche a cui ha assistito durante il suo volontariato: Conquistare la fiducia  di individui di un'altra cultura non è per nulla facile. Soprattutto se si tratta di migranti, soprattutto se loro hanno la consapevolezza “che non puoi fare nulla per aiutarli, per dare loro i documenti che gli servono” , come lei stessa dice. In effetti nella maggioranza dei casi i migranti non sono registrati nei paesi in cui approdano, e non hanno quindi il diritto di accedere al sistema sanitario presente. La prima cosa da fare allora, è quella di “conoscere a fondo i loro bisogni, e poi capire a quali di essi si può sopperire; adattarsi e cercare di comprendere l'altro, strare dietro anche a piccole richieste, perchè è proprio su di esse che si costruisce la fiducia reciproca”.

Infine Thea conclude auspicando una “soluzione diagonale” -come la chiama lei- al problema, che seppur parziale, potrebbe cambiare le cose: l'idea è quella di implementare il sistema sanitario locale, perchè i campi, per quanto utili, sono solo una soluzione temporanea, che non può far fronte ad un problema ormai cronicizzato.

La seconda parte della conferenza è stata invece dedicata alla situazione Milanese, e dunque a ciò che la città ha fatto per gestire la crisi migratoria in corso; il primo protagonista ad intervenire è stato il dottor Marcello Tirani, che lavora per l'ATS(agenzia di tutela della salute) di Milano. Esordisce affermando che  il termine “emergenza migranti” è ormai contraddittorio. Infatti non si può più parlare di emergenza ma di fenomeno socio-culturale cronicizzato, a cui bisogna far fronte con un atteggiamento diverso. Tirani continua dicendo  che ad oggi il 75% dei rifugiati che arriva in territorio milanese, non continua il proprio viaggio. Ed è per questo che la nascita dell'HUB di Milano è stata fondamentale: inaugurato nel giugno 2015, è stato il risultato della sinergia tra il comune di Milano, ATS e numerose fondazioni.

Lo scopo dell'HUB è quello di registrare, smistare i proughi ed effettuare un primo controllo sanitario su di essi, cosa alquanto difficile a causa delle barriere linguistiche e la mancanza di documenti sanitari dei soggetti. Ma tutti questi sono problemi a cui si può porre soluzione cambiando forma mentis e prendendo coscienza della situazione.

Dello stesso avviso è anche il dottor Claudio Meazza, altro medico ad occuparsi di coordinare i centri di accoglienza a Milano. Ci spiega come l'aiuto fornito ai profughi qui sia così particolare che si è addirittura parlato di “approccio milanese”. In sostanza si tratta niente più che di una risposta totalmente spontanea da parte di volontari che fanno tutto il possibile per dare una mano. Niente accordi né convenzioni legali, ma solo una grande risposta umana.  Secondo Meazza, molto è stato già fatto per i rifugiati arrivati a Milano, ma quello che conta ora è riuscire a dare un senso alle giornate di chi aveva un'intera vita, ed ora ha perso tutto.

L'ospite conclude poi con una riflessione davvero significativa: “Purtroppo oggi prevale ancora un inutile populismo che ci fa credere di poter costruire i muri. Quelli che lo fanno, finiranno per soccombere in una crisi autoimmunitaria, perchè vogliono tornare ad una realtà che non esiste più.

Concludo parlandovi di mia nipote: si chiama Lisa ed ha quattro anni; va all'asilo e le due famiglie da cui proviene sono milanesi. La migliore amica d'asilo di mia nipote si chiama Sadjira e viene dall'Egitto. Se io volessi fare un discorso egoistico, se non vedessi aldilà del mio naso e mi interessasse solo di lei, io vorrei che la sua esistenza fosse un'esperienza felice, e perchè ciò accada deve poter star bene con le persone che ha accanto. Parlo della mia, ma parlo delle vostre nipoti, delle vostre figlie. Di questo non possiamo non tenere conto.”

L'ultimo ad intervenire all'incontro è stato infine il dottor Faustino Boioli, diretto rappresentate del MVI, un'associazione di volontariato italiano che opera occupandosi di assistenza sanitaria non solo destinata ai migranti, ma, più in generale, a tutti gli individui esclusi.

Scopo del MVI è in primis quello di esercitare una medicina di strada, fornendo assistenza sanitaria, distribuendo farmaci e visitando i soggetti che necessitano di aiuto.

Boioli continua parlando del basso indice di fertilità delle donne italiane -1,39- dato che rende l'importanza dei migranti primaria, in uno scenario in cui la nazione italiana sembra essere prossima al declino. Dunque, il binomio “profugo – risorsa” può davvero funzionare, ma solo se si investe affinché ciò accada.  “L'atteggiamento da tenere, -conclude Boioli- è quello di accogliere ed assistere i migranti, per dargli una speranza, ma senza esercitare buonismo nei loro confronti: loro hanno diritti, ma anche doveri, e bisogna avere determinazione e fermezza nel ricordarglielo.”

Insomma, ad evento concluso si può certamente dire che le varie posizioni riportate fin'ora abbiano reso possibile fare un po' di chiarezza su una delle questioni più controverse dei nostri tempi. Ma ora tutto sta a noi: non più discriminare, ma includere, non costruire inutili barriere, ma abbatterle, e soprattutto, non considerare emergenza qualcosa che non lo è più.

 

 

 

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